Pensieri in Libertà

sabato 13 febbraio 2010

Mani Pulite, ieri e oggi

" 17 febbraio 1992.
Diciotto anni fa, ...,veniva arrestato il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio - ospizio per anziani milanese - mentre riceveva una tangente di sette milioni di lire. Si chiamava Mario Chiesa e con quelle manette prendeva il via la stagione di Mani Pulite.
In quei giorni si affacciavano sulla scena politica di Milano facce nuove, pulite, che promettevano di parlare una lingua diversa: tra queste quella del leghista Pier Gianni Prosperini e di un gruppo di ragazzi della Gioventù liberale. Il primo è finito in carcere prima di Natale con l’accusa di aver incassato una tangente da 230 mila euro, mentre per uno dei giovani liberali - Camillo Pennisi detto Milko - le manette dei carabinieri sono scattate giovedì, mentre si faceva dare da un imprenditore cinquemila euro in contanti nascosti in un pacchetto di sigarette.
Se li era fatti portare nella piazzetta alle spalle di Palazzo Marino, durante la seduta del Consiglio comunale, con la naturalezza di chi esce dall’Aula un momento per fumare.
Nelle stesse ore è stato arrestato il presidente della Provincia di Vercelli e l’Italia ha cominciato a interrogarsi su quale sia la vera faccia di Guido Bertolaso e dei miracoli della Protezione civile.
Il presidente del Consiglio sostiene che i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi e si potrebbe essere tentati di leggere tutto questo come l’offensiva pre-elettorale di una magistratura politicizzata contro la maggioranza di governo a cui appartengono tutti questi personaggi. Ma i conti non tornano: sono in corso inchieste in otto delle tredici regioni che andranno al voto questa primavera, peccato però che i politici coinvolti in ben sei di queste appartengano al centrosinistra.
Dal sindaco di Bologna allo scandalo della sanità pugliese, dagli avvisi di garanzia al candidato del Pd in Campania alla bufera sull’ex presidente del Lazio, fino alle inchieste in Calabria e all’indagine sugli appalti a Firenze. La magistratura ha colpito a destra - nel mirino la sanità lombarda - e a sinistra e i carabinieri sono intervenuti a Milano, come a Vercelli o a Roma perché c’erano imprenditori che hanno fatto denuncia, stanchi di pagare.
Ogni giorno emergono storie che ci raccontano come la sanità italiana e i suoi appalti siano diventati fonte privilegiata di approvvigionamento per gli appetiti della politica di ogni colore e schieramento.
Si ha la sensazione che si sia davvero tornati al punto di partenza, con la differenza che non si agisce più per conto dei partiti, che nel frattempo non esistono più nella forma che conoscevamo vent’anni fa, ma prevalgano gli individui, le loro carriere e la voglia di avere vite private esagerate.
Ad essere tornata identica è la facilità con cui si chiedono tangenti, contributi, viaggi, automobili, prostitute, orologi, gioielli e carte di credito agli imprenditori che vogliono fare il salto di qualità. È la naturalezza con cui tutto ciò avviene e con cui si arraffa a fare impressione.
Lo spavento di un’intera classe politica, il senso di vergogna, i tabù e la prudenza che sembravano essere entrati nel dna della classe politica dopo Tangentopoli sono completamente svaniti.
La rievocazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla sua morte, che si è tenuta poche settimane fa, con quell’insistenza sui meriti storico politici dell’azione di governo dell’ex segretario socialista e la rimozione della corruzione e delle tangenti sono segno dei tempi.
Segno che la memoria è svanita.
Tanto che l’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli può permettersi di dire serenamente che le tangenti erano «solo» del tre per cento, come se questo le rendesse accettabili.
In questi giorni diventa maggiorenne la generazione nata in quel 1992, una parte di questi ragazzi andrà al voto per la prima volta tra poche settimane, siamo andati a cercarli e abbiamo avuto la conferma che Mani Pulite non è materia di ricordo.
C’è smarrimento in chi andrà alle urne e dovrà sostenere la Maturità, davanti alla storia recente e ai comportamenti della politica di oggi.
E aumenta la sfiducia.
Il moltiplicarsi delle inchieste porta con sé anche una sensazione di stanchezza, di assuefazione dell’opinione pubblica; certa spettacolarizzazione della giustizia - un discutibile protagonismo di magistrati che parlano prima dei loro atti - crea disagio e contribuisce allo sfarinamento del vivere civile.
Penso a questa divulgazione continua di particolari - meglio se sessuali o pruriginosi - dati in pasto ai mezzi di comunicazione per far salire il livello di attenzione.
Una strategia pericolosa e dubbia: si finisce per giudicare un politico per la sua moralità sessuale e si perde di vista la sostanza.
Certo è evidente che il sesso sta diventando parte integrante del sistema della corruzione, ma concentrarsi sugli aspetti «pecorecci» finisce per far passare in secondo piano ruberie e spoliazioni della cosa pubblica. Sono convinto che sia poco importante passare giornate a discutere se Bertolaso curasse o no il mal di schiena in un centro sportivo romano, quanto è invece fondamentale capire come funzionava la macchina degli appalti della Protezione civile.
I cittadini avvertono un senso di nausea e la politica dovrebbe farsene carico con urgenza, riscoprendo lei il senso della misura e quello della vergogna. "
Mario CALABRESI direttore La Stampa To
Riporto qui sopra questo articolo di Mario Calabresi, perfetto e preciso, che meglio non poteva esprimere quello che sto provando in questi giorni, dopo aver ripreso a leggere storie di corruzione e di scandali moderni di una nuova Tangentopoli, eclatante e squallida, ahimé
Ho anche letto l'intervista del quotidiano torinese ai giovani nati nel 1992
L'ignoranza storica di questi giovani per un passato per nulla lontano mi ha suscitato ilarità ma anche una certa amarezza perchè il loro rispondere in modo così inadeguato mi ha fatto pensare che il loro non sapere è dovuto al fatto che nessuno mai, nelle loro famiglie, ha parlato o ricordato quegli anni, quei tempi e quelle persone corrotte o facilmente corruttibili
Chissà di cosa mai si parla in famiglia al giorno d'oggi ? ma parleranno poi i giovani con i loro genitori ?

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martedì 2 febbraio 2010

Non è cambiato nulla!

La scorsa settimana ho avuto pochissimo tempo a disposizione perchè era la settimana degli scrutini e le ore passate a scuola anche di pomeriggio sono state parecchie
Ho quindi solo sfogliato i quotidiani , non ho avuto tempo di leggere neppure un libro e la sera sono sempre andata a dormire presto...
Uno degli articoli intravisti velocemente però ha colpito la mia attenzione:
" Terrore nelle notti afghane
Le operazioni segrete Usa
Presunti seguaci dei talebani nelle celle afghane
I prigionieri delle carceri speciali: è peggio che Guantanamo "
Quando sono riuscita a riprendere in mano quella pagina di giornale, con tempo e calma a disposizione, ho letto le prime righe dell' articolo ma...
ma mi sono fermata lì !
Non sono riuscita ad andare fino in fondo. Provo sempre un profondo disgusto sia quando leggo sia quando vedo scene di violenza " vera", quella subita nella realtà, della guerra soprattutto
E in questo articolo si riaffrontava il tema delle violenze più brutali che gli americani fanno subire ai prigionieri di guerra. Prima era Guantanamo, ora è un carcere segreto in Afganistan
Sono tante le persone che in molti luoghi del mondo subiscono torture e brutalità in carcere, ma quello che mi fa andare in bestia è questo comportamento ottuso ed ipocrita degli Usa, paese democratico, che in terra straniera va a combattere terroristi, soprusi vari ecc ecc e poi si comporta peggio di coloro che minacciano la libertà e la pace di paesi sempre sull'orlo della dittatura o peggio
Possibile che dopo anni di governo Bush e di orrori vari, anche ora si debbano continuare questi metodi crudeli ed incivili ?
E Obama che fa ? Saprà di certo , no ? o no?
Poi si lamentano perchè gli attacchi taleban sono sempre più cruenti e perchè i morti non solo americani sono in aumento in una guerra sempre più assurda e ormai in perdita ... diciamo pure una guerra quasi perduta
Quanto all'Italia, collaboratrice degli Usa ai tempi di Bush, non è che stia granch'è meglio
" Sismi compiacente su Abu Omar"
Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di agenti della Cia e il non luogo a procedere per i funzionari sei servizi italiani: "Il segreto di Stato è un paradosso"
Gli agenti del Sismi imputati nel processo per il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, allora indagato per terrorismo internazionale, sapevano e forse furono compiacenti quando il religioso fu rapito il 13 febbraio del 2003.
Il direttore del tempo del servizio segreto militare, Nicolò Pollari, partecipò «sicuramente» ad «attività di ostacolo e sviamento delle indagini», tanto che per lui «rimane un giudizio morale fortemente negativo», in quanto agì, tra l’altro, «in qualità di servitore dello Stato». "
Il segreto di Stato in Italia è un serio problema perchè ha impedito per anni e continua ad impedire la scopertà delle verità nascoste di stragi , di attentati, di misteri politici che non sono mai stati svelati completamente
E fino a quando ci sarà una mentalità politica di un certo tipo, penso proprio che il segreto di stato non verrà mai tolto ...

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lunedì 25 gennaio 2010

Condannati per le Violenze di Napoli

Dieci poliziotti, dei 21 imputati, sono stati condannati a Napoli per "Violenze sui no global in caserma" La sentenza sulla vicenda del 2001:"Fu sequestro di persona aggravato".
da La Stampa
Anche se sono passati quasi 9 anni, ricordo ancora quegli incidenti avvenuti a Napoli in occasione della manifestazione contro il Global Forum il 17 marzo 1991
La sentenza di primo grado di alcuni giorni fa ha stabilito la responsabilità di alcuni poliziotti per gli abusi con violenze ed umiliazioni, consumati ai danni di giovani del movimento no global nella caserma Raniero.
Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8 .
Probabilmente, secondo me, una prova di quello che poi avremmo dovuto purtroppo vedere poco tempo dopo, a luglio, perchè anche allora molti giovani, diversi dei quali contusi, furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali, dove si erano recati per farsi medicare, e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III, dove subirono violenze

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mercoledì 6 gennaio 2010

Il caso Craxi

Nei giorni scorsi ho seguito sulle pagine del quotidiano La Stampa gli articoli riguardanti la polemica nata dal fatto che a 10 anni dalla morte di Bettino Craxi, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, avrebbe deciso di intitolargli una via o più probabilmente un giardino all’interno di un parco nella sua città natale.


Ricordo ancora molto bene gli anni d'oro del suo governo, quando ad esempio andavo in vacanza in Francia dai miei cugini e loro mi chiedevano sempre del "Condottiero" e dei suoi accoliti che erano riusciti a far risorgere l'Italia e a renderla più famosa della Francia nel mondo intero
Come ricordo quel triste giorno in cui fu sommerso dalle monetine lanciate da tanta gente comune, all'inizio dell'inchiesta di Tangentopoli - che poi lo vide fuggire ad Hamamet, in Tunisia dove morì - e la sua corsa precipitosa al riparo di un'auto di servizio che lo portò via sgommando
Triste conclusione di un periodo d'oro, di sogni di gloria e di potere conclusi nel peggiore dei modi


Uno degli articoli che mi hanno più colpita è stato quello di Michele Brambilla che inizia così : " Quando Bettino si beveva la città
Superattici, cene e belle donne: gli anni ruggenti dei socialisti a Milano
La svolta del Psi: dalla sobrietà antica di Nenni all’ostentazione del potere "
Un'analisi abbastanza precisa e giusta, anche se piuttosto impietosa, del " condottiero" e di quel mondo di politici, imprenditori ecc ecc che finì così male, con processi e condanne per corruzione e tanto altro
Ma dell'uomo e politico Craxi ne parle anche, in un'intervista, Piero Fassino, ex Ds, che lo ritiene un capro espiatorio
Non ho condiviso molto questa teoria di Fassino in quanto ritengo che fu un colpevole, in effetti, ma sicuramente dietro a lui ci furono altre persone che ne approfittarono e che si servirono di lui
/ Anche il suo legale Giannino Guiso ha dichiarato che “Craxi fu colpevole come altri, ma diventò il caprio espiatorio " in una intervista di pochissimi giorni fa /
E dopo aver letto questo articolo, in cui si svelano alcuni retroscena sulla trattativa fallita per farlo curare in Italia, quando Craxi disse di no perchè riteneva che era "Meglio morire che tornare così", penso che se avesse accettato di rientrare, con il tempo anche lui avrebbe fatto come tutti gli altri colpevoli di quello scandalo: sarebbe uscito comunque di prigione in poco tempo e avrebbe ricominciato a far politica in Parlamento, protetto da leggi ad personam ...
Posso capire benissimo il pensiero del leader dell'Idv Antonio Di Pietro che lo ha definito " un corrotto, un condannato e un latitante "
E non trovo per nulla opportuno dedicargli un'altra via ma mi chiedo perchè l'Italia debba sempre essere ad ogni costo il paese che riabilita tutti ...
Non si può, una volta tanto, lasciare chi ha subito condanne ed è scappato nell'oblio della memoria e nella pace di una tomba ?


In una breve ricerca nel web sulla polemica Craxi ho trovato molto interessanti anche questi due articoli : Perchè è inopportuno riabilitare Craxi de l'Unità, giornale della sinistra, e Bobo Craxi chiede aiuto a Berlusconi della Repubblica dell' ottobre 1999 Buona Lettura !

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domenica 3 gennaio 2010

La condanna di Fujimori

L’ex capo di Stato peruviano Fujimori è stato condannato a 25 anni di carcere per violazione dei diritti dell'uomo dalla Corte Suprema
Il tribunale, che era stato chiamato ad esaminare il ricorso in appello contro la condanna in primo grado a 25 anni di carcere decisa nello scorso aprile, ha ritenuto Fujimori colpevole e lo ha di nuovo condannato a 25 anni di prigione per la sua responsabilità nel massacro di civili nel 1991-92 da parte di squadroni della morte in occasione della repressione contro i guerriglieri di estrema sinistra.
L’ex presidente, che ha 71 anni, è stato anche condannato ad aprile per i sequestri, da parte dei suoi servizi segreti, di un giornalista e di un imprenditore.
In occasione di altri due processi distinti nel 2007 e 2009, Fujimori fu condannato a pene dai 6 ai 9 anni per corruzione ed abuso di potere nell’esercizio delle sue funzioni.
La legge peruviana però non prevede la somma delle sentenze e quindi Fujimori dovrà scontare quella più lunga, di 25 anni
Una buona notizia per questo inizio anno: una volta tanto un assassino di alto grado non è stato assolto !
La giustizia peruviana ha svolto egregiamente il suo dovere...

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venerdì 30 ottobre 2009

Ciancimino e Gladio

Sto seguendo sulle pagine de La Stampa la storia di Massimo Cincimino e gli avvenimenti che hanno coinvolto suo padre con la mafia e con i misteri che hanno coinvolto politici e servizi segreti deviati in un passato non troppo lontano
Una storia sempre più interessante che è ormai un vero e proprio giallo
Alcuni giorni fa c'era stato un furto misterioso in casa di Massimo Ciancimino ed erano spariti dei documenti
Ieri Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo un appunto scritto dal padre Vito, ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Novanta, quando Giulio Andreotti, decretandone la fine, perché ormai superata dai nuovi assetti dell’Europa, ne rivelò l’esistenza in Parlamento.

L’appunto manoscritto è stato consegnato ieri mattina da Massimo, insieme con una quarantina di altre “carte”, tra cui la copia originale del famoso e famigerato «papello» finora esistente in fotocopia, custodito negli archivi dei sostituti procuratori di Palermo.
Il biglietto sarebbe una sorta di “rivelazione” autografa destinata all’enorme materiale politico e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora suscitavano le sue affermazioni.
«Ho fatto parte di Gladio», scrisse don Vito. E non si sa quanto di altro aggiunge nel corso del “messaggio”.
I magistrati non si sbilanciano, fino a quando non saranno in grado di valutare l’attendibilità dell’appunto e soprattutto fino a che non riusciranno a collocarlo nel tempo e nel clima di quegli anni.

Anche il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti dei servizi segreti.
In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al "papello" con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla trattativa che don Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra.
Il mondo economico, finanziario e politico in Sicilia è stato sempre al centro delle attenzioni e dello sguardo degli apparati di sicurezza.
Don Vito ne aveva dimestichezza anche per il ruolo ricoperto da suo padre Giovanni, che durante la guerra e subito dopo era diventato un punto di riferimento degli americani nella zona di Corleone, perché conosceva, forse l’unico nel territorio, l' inglese.
Dal punto di vista del contenuto -i dodici punti di richiesta della mafia- il documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la fotocopia.
E' importante invece l’originale per le conoscenze che potranno essere acquisite attraverso le perizie già disposte: quella grafica, che potrebbe portare all’identificazione dell’autore, e «l’età» del documento - attraverso l’analisi della carta - e forse anche la provenienza.

Tra le carte consegnate ieri da Massimo Ciancimino ci sarebbe anche una pagina manoscritta dedicata alla morte di Paolo Borsellino.
Don Vito ha scritto: «Post scriptum traditori», e riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi».
Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti.
A tradirlo, sarebbe stata la politica ( che non aveva gradito il lancio di volantini da un aereo con la scritta: " Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino").
E alla fine immagina che Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e "forse anche Falcone"), "se risuscitasse" non rifarebbe le cose che ha fatto!
Grazie a Massimo Ciancimino, forse, a poco a poco, si riuscirà a sapere qualcosa in più di quegli anni tristi e violenti in cui lo Stato subì attacchi mafiosi e morti di magistrati che lottavano per far trionfare la giustizia

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lunedì 26 ottobre 2009

Figli contesi

" Storia di figli contesi dai genitori, come spesso accade nelle separazioni, quella di Alice e Giulia, di sette e nove anni.
Una storia a lieto fine perche' dopo tre anni durante i quali sono state trattenute in Peru' dal padre, stanno rientrando in Italia dalla madre.
Il papa', un imprenditore italiano di 43 anni, e' in attesa di estradizione per rispondere alla Procura di Torino di sottrazione, detenzione illegale di minori e maltrattamenti morali. "
notizia ANSA.
Questa è una delle tante notizie apparse sul quotidiano alcuni giorni fa ; una notizia buona che racconta di una triste vicenda familiare giunta al suo lieto fine
Ma quanti sono i figli contesi che sono stati strappati ad un genitore e che hanno subito il trauma di essere portati all'estero, lontano, senza possibilità alcuna di poter rivedere quella mamma o quel papà a cui volevano tanto bene e che mai hanno dimenticato ???

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giovedì 8 gennaio 2009

Proposta di Legge n 1360

CAMERA DEI DEPUTATI N. 1360
—PROPOSTA DI LEGGE
D’INIZIATIVA DEI DEPUTATI
BARANI, ANGELI, BARBA, BARBIERI, BOCCIARDO, CALDORO,CASTELLANI, CASTIELLO, CATONE, CESARO, CICCIOLI, CORSINI,CRISTALDI, DE ANGELIS, DE CORATO, DE LUCA, DENICHILO RIZZOLI, DI BIAGIO, DI VIRGILIO, DIMA, DIVELLA,FOGLIARDI, GREGORIO FONTANA, FUCCI, GAROFALO, GIRLANDA,HOLZMANN, LABOCCETTA, LO MONTE, GIULIO MARINI,MAZZONI, RICARDO ANTONIO MERLO, MIGLIORI, NARDUCCI,PETRENGA, ROSSO, SARDELLI, SBAI, VALENTINI,VENTUCCI, VESSA, ZACCHERA
Istituzione dell’Ordine del Tricolore e adeguamentodei trattamenti pensionistici di guerra
Presentata il 23 giugno 2008
ONOREVOLI COLLEGHI ! — La presente propostadi legge nasce dall’esigenza di attribuire a coloro che hanno partecipato alla seconda guerra mondiale un riconoscimento analogo a quello attribuito ai combattenti della guerra 1914-1918 dalla legge18 marzo 1968, n. 263. L’istituzione dell’« Ordine del Tricolore » deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della « bontà » della loro lotta per la rinascita della Patria.Non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere,con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia; nello smarrimento generale,anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e « imperiale» del ventennio, ritennero onorevolela scelta a difesa del regime, ferito e languente; altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli delloscontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa, « liberatrice», pensando di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro Patria.
Solo partendo da considerazioni contingenti e realistiche è finalmente possibile quella rimozione collettiva della memoria ingrata di uno scontro che fu militare e ideale, oramai lontano, eredità amara di un passato doloroso, consegnato per sempre alla storia patria.Questo progetto di legge è coerente con la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia, post-bellica, repubblicana e democratica; memore delle distruzioni morali e materiali provocate dal conflitto mondiale; orgogliosa della rinascita operata dalla laboriosità del suo popolo; rinnovata nelle istituzioni di una classe dirigente espressa per la prima volta dal popolo, libero e sovrano; consapevole della necessità di rimarginare le ferite di un passato tragico e cruento nell’interesse dell’intera collettività.Per queste considerazioni, attribuiamo al progetto di legge in esame un fortevalore simbolico e sociale, che valga a superare tutti gli steccati ideologici che hanno reso difficile per troppi anni la possibilità di riconoscere socialmente i meriti e il sacrificio di coloro che hanno combattuto consapevolmente per il Tricolore;ad essi, dopo oltre sessanta anni dalla fine della guerra e nel sessantesimo anniversario della nostra Costituzione, il Parlamento italiano, per motivi di equità e di giustizia, deve tributare un riconoscimento analogo a quello concesso ai cavalieri di Vittorio Veneto.Questo sarà costituito da un’alta attribuzione onorifica, cioè l’appartenenza all’Ordinedel Tricolore e anche da un miglioramento economico, doveroso per chi ha dato tanto per la propria Patria.
In questo tempo di ristrettezze economiche ci appare indizio di grande civiltà pensare a chi ha combattuto e da anni attende una revisione migliorativa dei trattamenti pensionistici di guerra.Il Parlamento ha riconosciuto più che legittima l’aspirazione dei titolari di trattamento pensionistico di guerra a ottenere l’adeguamento economico delle proprie pensioni, adeguamento che si ritiene non sia ulteriormente procrastinabile, considerate l’età avanzata dei soggetti e la lunga attesa.L’articolo 1 istituisce un nuovo ordine onorifico, l’Ordine del Tricolore, comprendente l’unica classe di cavaliere. L’articolo 2 prevede che tale onorificenza sia conferita: a) a coloro che hanno prestato servizio militare per almeno sei mesi, anche a piu` riprese, in zona di operazioni, nelle Forze armate italiane durante la guerra 1940-1945 e che siano invalidi; a coloro che hanno fatto parte delle formazioni armate partigiane o gappiste, regolarmente inquadrate nelle formazioni dipendenti dal Corpo volontari della liberta` , oppure delle formazioni che facevano riferimento alla Repubblica sociale italiana;b) ai combattenti della guerra 1940-1945; ai mutilati e invalidi della guerra 1940-1945 che fruiscono di pensioni di guerra; agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia.
L’articolo 3 determina le caratteristiche dell’insegna, realizzata in bronzo, del nuovo Ordine e rinvia a un decreto del Ministro della difesa l’indicazione dei dettagli.
L’articolo 4 prevede che il Capo dell’Ordine del Tricolore sia il Presidente della Repubblica e che l’Ordine sia retto da un consiglio composto da un tenente generale o da un ufficiale con grado corrispondente,che lo presiede, da due generali e da un ammiraglio in rappresentanza di ciascuna Forza armata, dal presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate italiane, dal presidente dell’Associazione nazionale combattenti e reduci,dal presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia e dal presidente dell’Istituto storico della Repubblica sociale italiana.Il presidente e i membri del consigliosono nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della difesa.
L’articolo 5 prevede che le onorificenze siano conferite con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della difesa, previa domanda presentata dagli interessati al Ministero della difesa.
L’articolo 6 prevede che agli insigniti dell’Ordine del Tricolore sia riconosciutoun assegno vitalizio e che le domande e i documenti necessari per ottenere l’onorificenza siano esenti dall’imposta di bollo eda qualsiasi altro tributo.
L’articolo 7 prevede l’adeguamento pensionistico degli invalidi e mutilati di guerra per l’alto valore sociale che essi rappresentano.
L’articolo 8 prevede la copertura finanziaria.
L’articolo 9 reca la data di entrata in vigore della legge.
Non posso che associarmi a chi è estremamente preoccupato per questa proposta di legge, presentata in Parlamento da un certo numero di Deputati del Pdl, che è in discussione ora, al rientro dalle vacanze natalizie, al primo punto dei lavori in corso alla Commissione Difesa della Camera dei deputati,
Il progetto di legge numero 1360 metterà il Parlamento di fronte alla scelta di equiparare i partigiani, che combatterono contro il fascismo e il nazismo, contro la guerra praticata da Benito Mussolini a fianco di Adolf Hitler, per la liberazione dell'Italia e per il ritorno alla democrazia, con i miliziani della Repubblica di Salò, le truppe irriducibili fasciste che con i nazisti misero a ferro e fuoco il nostro paese, partecipando ai peggiori e più vili episodi di guerra, ad eccidi e massacri in tutto il territorio italiano o di occupazione
Si tratta di un nuovo capitolo di quel processo di omologazione e di ricostruzione di una verginità ideologica e di "revisionismo storico", ( cioè di riscrittura della realtà storica di quegli tremendi anni di guerra che le persone come mio papà e mia mamma hanno vissuto e continuato a ricordare con tanto dolore e sofferenza ), cui hanno contribuito negli anni passati con certe prese di posizione molto discutibili, in nome di una presunta "memoria condivisa" e di una declamata "riconciliazione nazionale", molti rappresentanti "al di sopra di ogni sospetto" del centrosinistra, come l'ex presidente della Camera Luciano Violante, principalmente, ma anche il lavoro di ricerca e riedizione, o di pentimento e confessione, di esponenti dell'intellighenzia che si è sempre detta vicina al centrosinistra: prima al Psi di Craxi, poi al Pci di Berlinguer, adesso al Pd di Veltroni.
L 'Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) e le altre organizzazioni che rappresentano gli ex internati (Anei), gli ex deportati (Aned), i perseguitati politici (Anppia) e l'Associazione nazionale famiglie italiane martiri caduti per la libertà della patria (Anfim), sono tutti in forte allarme.
L'allarme delle associazioni partigiane, raccolto da alcuni parlamentari, storici e giuristi riguarda soprattutto il contenuto della proposta di legge che, partendo da un antefatto "nobile" quale la costituzione dell'Ordine di Vittorio Veneto, che prevede il riconoscimento dei meriti e dei diritti dei combattenti e reduci impegnati sui due fronti della Grande Guerra, vorrebbe adesso istituire in parallelo il cosiddetto "Ordine del Tricolore" (e il nome è già un primo indizio) nonché il conseguente «adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra» (secondo indizio ben preciso e mirato).
Si prepara in questo modo un vero e proprio colpo di mano, inaccettabile sotto il profilo morale e politico, oltre che da un punto di vista giuridico e storico, che equipara quelli che facevano i rastrellamenti per conto dei tedeschi a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza.
L'articolo 2 prevede che tale onorificenza (e quello che ne consegue) sia conferita: «A coloro che hanno prestato servizio militare per almeno sei mesi, anche a più riprese, in zona di operazioni, nelle Forze armate italiane durante la guerra 1940-1945 e che siano invalidi; a coloro che hanno fatto parte delle formazioni armate partigiane o gappiste, regolarmente inquadrate nelle formazioni dipendenti dal Corpo volontari della libertà, oppure delle formazioni che facevano riferimento alla Repubblica sociale italiana; ai combattenti della guerra 1940-1945; ai mutilati e invalidi della guerra 1940-1945 che fruiscono di pensioni di guerra; agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramenti o di prigionia, nonché ai combattenti nelle formazioni dell'esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945».
Quei combattenti erano quelli che dopo l'8 settembre 1943 fecero la guerra ai partigiani, all'esercito di liberazione, ai militari agli ordini del generale Badoglio, alle forze armate alleate sbarcate in Sicilia e ad Anzio e alle truppe che combatterono contro l'esercito tedesco in ritirata.
Quelli che fino all'ultimo furono i fiancheggiatori dei nazisti e i torturatori delle popolazioni civili che resistettero alle Squadre Speciali in fuga.
E l'articolo 4 che definisce la composizione dell'Ordine del Tricolore precisa: «Il Capo dell'Ordine è il Presidente della Repubblica. L'Ordine è retto da un Consiglio composto da un tenente generale o ufficiale di grado corrispondente che lo presiede, da due generali, di cui uno dell'Aeronautica militare, e da un ammiraglio, in rappresentanza delle Forze armate; dal presidente dell'Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate italiane che hanno partecipato alla guerra di liberazione; dal presidente dell'Associazione nazionale combattenti e reduci; dal presidente dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia e dal presidente dell'Istituto storico della Repubblica sociale italiana, nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del ministro della Difesa».
Provo un profondo dolore ed una grande angoscia non solo per tutte quelle anime innocenti "passate per il camino", che sarebbe bene continuare a elencare una per una in nome di quella pretesa "memoria condivisa", ma per tutti quei morti ammazzati delle stragi e degli eccidi in Italia tra il 43 ed il 45, di quei poveri disgraziati ammazzati nei rastrellamenti durante la guerra partigiana qui al Nord, i cui responsabili, tedeschi e italiani, nazisti e fascisti, non sono mai stati processati.
E soprattutto provo una rabbia infinita per questo vergognoso tentativo di rivalutare i carnefici quando le vittime non sono mai state riconosciute come tali
Per mio padre che subì il nazismo ed i campi di concentramento per due lunghi terribili anni, per tutte le vittime del fascismo dei republichini di Salò, non posso che indignarmi profondamente
e mi auguro che tanti altri provino i miei stessi sentimenti e dicano No
No ad una proposta di legge indegna e vergognosa
NO NO NO ...
diciamo NO e diciamolo Forte e Chiaro !!!
erica

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lunedì 17 novembre 2008

Riflessioni su un processo

" Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto.
All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi.
Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni.
Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata.
Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti.
Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.
Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati.
Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia.
Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro.
Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine.
Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.
Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come - poco dopo - a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.

Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle».
Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.
I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove.
Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni.
Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli.
Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri.
La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi - con Berlusconi - promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza).
Il suo silenzio sul G8 pesa.
Così come pesa lo stupido giubilo della destra.
Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova. "
Inizia così l'articolo di fondo di Barbara Spinelli su La Stampa di ieri, un articolo molto lungo che vale però la pena di leggere interamente
L'altro giorno si è concluso a Genova il processo ai poliziotti del G8 2001 che parteciparono alla mattanza della scuola Diaz
La sentenza mi ha lasciata profondamente delusa
Non ne ho parlato perchè per alcuni giorni perchè le mie riflessioni erano di una tristezza infinita e profonda: anche questo processo, come tanti altri del passato, a partire dai processi per le stragi , Bologna per prima, è finito in una bolla di sapone ed in una beffa per le vittime e per chi crede nella giustizia
Le parole della Spinelli invece mi hanno ridato una piccola speranza
La speranza che prima o poi riusciremo, finalmente, ad avere giustizia , quella vera, quella che condanna i colpevoli, i carnefici, quelli che hanno commesso i crimini e gli abusi, le violenze, le torture, ma anche quelli che sapevano, che erano alla cabina di regia, che hanno dato gli ordini
Perchè il nostro paese ha, ancora, un grande bisogno di giustizia, di democrazia, di vera libertà costituzionale e di chiarezza e trasparenza, là dove i vertici di chi ci governa e ci comanda si sono macchiati dell'ennesimo sconvolgente episodio di infamante assurdità !!!

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Albergo Regina Milano

Al Presidente del Consiglio Comunale di Milano
Manfredi Palmeri
Oggetto: "Albergo Regina", Milano.
Gentile Presidente, in collaborazione con l'ANPI (Ass. Nazionale Partigiani d'Italia), noi promotori di questa richiesta ci stiamo occupando di ricerche storiche sulle attività nazi-fasciste a Milano.
In tale ambito ci siamo resi conto che nella nostra Città, insignita della Medaglia d'Oro della Resistenza, esistono luoghi completamente rimossi dalla memoria collettiva nei quali si sono svolte pagine importanti e drammatiche della storia.
Uno di questi luoghi è l'ex "Albergo Regina" di via Silvio Pellico 7 (altro ingresso in via Santa Margherita 6), a pochi passi da Piazza del Duomo.
In esso, dal 13 settembre 1943 al 30 aprile 1945, ebbe sede il quartier generale nazista a Milano, con i comandi provinciale e interregionale della Polizia di Sicurezza (SIPO), del Servizio di Sicurezza (SD) da cui dipendeva la Gestapo, e dell'Ufficio IV B4 incaricato della persecuzione antiebraica.
Lì agiva il colonnello delle SS Rauff, uno dei più stretti collaboratori di Eichmann, comandante della SIPO-SD avente autorità su Piemonte, Lombardia e Liguria.
Alle dirette dipendenze di Rauff era il capitano Theodor Saevecke, capo della Gestapo a Milano, condannato all'ergastolo il 9 giugno 1999 dal Tribunale Militare di Torino come responsabile dell'eccidio dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944, al quale era affidato il comando avanzato della città.
L'"Albergo Regina", dove fu detenuto anche Ferruccio Parri, fu un posto terribile e di grande importanza per il lavoro di ricerca poliziesca che vi si faceva in stretto rapporto con la Legione Muti di via Rovello 2, la X Mas, le brigate nere, e la banda Kock di "Villa Triste" di via Paolo Uccello 17/19.
Esso è tristemente noto per essere stato luogo in cui la tortura e l'assassinio erano le regole di comportamento.
Saevecke si serviva del cosiddetto 'macellaio' Gradsack, e 'lavorava' a stretto contatto con i sanguinari Otto Kock, sottufficiale Gestapo, e Franz Staltmayer, detto la belva, armato di nerbo e cane lupo.
Dall'"Albergo Regina" i catturati (ebrei, partigiani, antifascisti, sospettati, ecc.) venivano avviati al carcere di San Vittore, in alcuni casi direttamente ai trasporti partiti dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano per essere deportati.
Una struttura simile a quella romana di via Tasso, a quella torinese dell'Albergo Nazionale, a quella parigina dell'Hotel Lutetia.
A Milano, in via Silvio Pellico o nelle vicinanze non c'è nemmeno una lapide che ricordi cosa c'era o cosa vi avveniva.
Riteniamo, insieme ai firmatari di questa richiesta, che la nostra Città debba ricordare, almeno con una lapide nel luogo in cui uomini e donne hanno conosciuto inaudite sofferenze, quella triste e drammatica pagina della sua storia.
Cordialmente,
Giovanni Marco Cavallarin - Professore
Roberto Cenati - Coord. ANPI, Milano
Emanuele Fiano - Parlamentare
Ernesto Nobili - Consigliere provinciale
Antonio Quatela - Professore
Ho ricevuto questa lettera via email da Michele, il figlio del capitano Beltrami. Io ho sottoscritto molto volentieri, inviando i miei dati personali a questa mail giovannimarco.cavallarin@fastwebnet.it., perchè la memoria collettiva sta ormai dimenticando un passato che non si può e non si deve dimenticare. erica

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sabato 9 agosto 2008

Torture !

Stasera sono passata a fare un giro nelle pagine online della Stampa dedicate agli animali ed ho trovato questo breve articolo
Orribile leggere quello che c'è scritto. Io qui riporto solo una parte del testo, ma già mi provoca disgusto. E rabbia. La stessa rabbia che avevo provato lo scorso anno quando mi era ritornato a casa Maù, il gatto randagio in condizioni disastrate e poi era morto.
" Hanno torturato un cane randagio forse sperando di ucciderlo, ma non ci sono riusciti. Gli aguzzini si sono accaniti su quel povero animale e poi lo hanno sotterrato vivo. Il passatempo di un gruppetto di giovani di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, non è però finito come previsto.
Alla scena hanno assistito alcune persone. Nessuna di loro ha cercato di fermare i balordi, nessuno ha chiamato le forze dell’ordine.
Ma un anonimo ha avvertito una signora, nota nella cittadina per il suo amore per gli animali. La donna è accorsa sul posto, ha dissotterrato il cane e lo ha affidato alle cure dei veterinari. Il randagio è gravissimo, sta lottando contro la morte. Non è il primo episodio del genere a Porto Empedocle.
A rendere nota la triste vicenda è stata Annalisa De Luca Cardillo, responsabile regionale della Lega Italiana dei Diritti dell’Animale, che ha annunciato la presentazione di una denuncia presso la procura: «Non possiamo più tollerare questi reati - ha dichiarato - ed invitiamo la cittadinanza sensibile e le istituzioni ad adoperarsi per arrestare i colpevoli»."
Se io avessi assistito ad una simile barbarie credo che avrei riservato lo stesso trattamento che quei delinquenti, perchè sono delinquenti e non balordi quelli che torturano un animale, hanno riservato a quel povero cane randagio
Noi dovremmo essere una nazione civile e civilizzata ma episodi come questo fanno riflettere
Dove stiamo andando a finire ???

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lunedì 4 agosto 2008

Schiavi di Hitler contro il governo italiano

La scorsa settimana ho letto questo articolo nella cronaca di Torino del quotidiano La Stampa E' la storia di 3 Schiavi di Hitler che stanno cercando di avere i soldi per la loro permanenza in un lager. Articolo estremamente interessante perchè la class action da loro intentata è contro il nostro governo

"Class action di 3 ex prigionieri contro il governo "Sessantatrè anni dopo, la patata bollente è cascata a Roma, negli uffici della Presidenza del Consiglio, tra le mani del Cavaliere. Il risarcimento dei prigionieri italiani deportati e trasformati in schiavi nel campo di sterminio tedesco di Gaggenau tra il 1944 e il ‘45, deve essere fatto:
«I soldi ci sono dal 1961 - dice l’avvocato Luca Procacci - e ora c’è anche una class action delle vittime del Reich depositata al Tribunale di Torino che cita, oltre alla Germania, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la “Fondazione Memoria, Responsabilità e Futuro”, anche il Presidente del Consiglio pro tempore, Silvio Berlusconi».
Maurilio Borello, 82 anni, che ogni notte rivive l’incubo del treno e si deve legare al letto «perché se no scappo e mi sono già rotto la fronte due volte», annuisce con lo sguardo, attraverso gli occhiali.
Franco Siccardi, che a 15 anni è finito nel campo insieme perché era curioso di vedere un ponte distrutto, «e mi hanno scambiato per uno dei partigiani che lo aveva fatto saltare», sospira, da anni ha un tumore al fegato, e nessun dubbio: «me l’hanno fatto venire loro. Nessuno ci ha mai chiesto nemmeno scusa, ci hanno dimenticati».
La loro battaglia è iniziata nel ‘64, tre anni dopo gli accordi di Bonn, quando la Germania credeva di aver liquidato i deportati italiani, circa 600 mila, con un indennizzo.
«Il problema - spiega Procacci, che negli anni ha scritto il libro “Il male dimenticato” - è che nessuno ha mai visto un soldo nè sa che fine abbiano fatto». Il 4 giugno scorso, la Cassazione ha legittimato le cause contro Berlino «una vittoria non scontata - spiega l’avvocato - perché la procura generale si era schierata per l’immunità della Germania».
Ora non resta che trovare i fascicoli che sono sepolti chissà dove nei corridoi della Cassazione e poi partire con la causa pilota. Ottavio Allasio, 80 anni, che esce di casa solo quando è nuvoloso «perché quando c’è il Sole bombardavano», guarda gli amici, sorride «meno male che siamo sempre insieme, noi tre... ».

Gli ex prigionieri chiedevano un milione a testa, che non verrà pagato dalla Mercedes Benz, allora la Daimler, l’azienda dove lavorarono nel campo di Gaggenau, perché, se così fosse il processo dovrebbe essere intentato in Germania.
«Chiediamo un’anticipazione della sentenza - spiega Procacci - i fatti sono già stati accertati dalla Corte dei Conti piemontese dal 1998 che, a seguito di cause contro la presidenza del consiglio, ha riconosciuto un vitalizio di 450 euro mensili. I miei clienti sono molto anziani, per questo vogliamo che sia riconosciuto un anticipo di 500 mila euro, come prevede il nostro codice di procedura civile». Ed è solo l’inizio: «Se la causa andrà bene ne ho centinaia d’altre». I tre si stringono, sorridono e ricominciano a sperare. Sessantatrè anni dopo, ancora insieme."

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martedì 24 giugno 2008

Comunicato del centro di ricerca Schiavi di Hitler

Ieri sera ho ricevuto questa email che per noi figli degli Imi è senz'altro importante
" 21 giugno 2008. Comunicato del centro di ricerca Schiavi di Hitler sulle dichiarazioni del ministro Frattini alla stampa tedesca.
Le dichiarazioni sugli schiavi di Hitler, rilasciate alla stampa tedesca il 20 giugno dal Ministro degli esteri Frattini nel corso della sua visita a Berlino, sono particolarmente gravi e richiedono una presa di posizione immediata.
Di fronte alle sentenze della Cassazione del 2004 e del 29 maggio 2008, risultato dell’ostinata volontà delle vittime di perseguire la certezza del diritto e il riconoscimento della scelta di una Resistenza pagata col lager, le dichiarazioni di Frattini mostrano un’allarmante continuità con la politica di rimozione operata da tutti i governi del dopoguerra.
Come avviene da oltre sessant’anni la vicenda è ostaggio della Real Politik, è merce di scambio negli accordi diplomatici fra stati, è condotta a spese dello spirito e della dignità di oltre 800 mila italiani deportati e costretti a lavorare senza contratto, senza salario, senza tutele, a prezzo della salute se non della vita per Aeg, Siemens, Krupp, Daimler Benz, Auto Union, Claas e mille altre imprese impegnate a produrre armamenti ed a sostenere la guerra nazista.
Nel corso dell’intervista Frattini sostiene che il governo intende “riunire un gruppo di esperti italo-tedesco” “che dovrà valutare un gesto nei confronti degli ex deportati costretti al lavoro”, aggiungendo: “Queste persone hanno sofferto. Dargli ora 3.000 euro non è quello di cui hanno bisogno”.
Quanto afferma il nostro ministro degli esteri è inaccettabile perché asseconda pienamente la posizione della Germania e delle sue imprese nei confronti degli oltre 130 mila deportati che hanno presentato nel 2001 esplicita domanda di indennizzo alla fondazione “Memoria, responsabilità futuro”, ne banalizza le richieste, e risulta inopportuna nel linguaggio, evocando una logica liquidatoria.
Egualmente preoccupante appaiono le affermazioni del ministro relativamente all’ordinanza della Cassazione del 29 maggio definita “pericolosa” per l’immunità degli Stati.
La dichiarazione costituisce un inequivocabile appoggio alla posizione tedesca, sia nelle cause giudiziarie sollecitate da ex deportati in varie parti d’Italia, sia in quelle nascoste nell’armadio della vergogna inerenti le stragi naziste, cause che trovano mille impedimenti nel concludere il loro iter giudiziario.
La ridefinizione del diritto internazionale e la sua ulteriore stretta nel senso di un’accresciuta immunità concessa agli stati è questione delicata e riguarda tutti i cittadini. Si tratta di un orizzonte complesso e in divenire, una costruzione imperfetta e sottoposta a spinte opposte che da una parte guardano al diritto umanitario e delle genti e dall’altra all’interesse delle nazioni e dei più forti.
La preoccupazione che un vulnus all’immunità degli stati possa provocare richieste da parte di cittadini libici, etiopici, balcanici verso l’Italia per le nostre responsabilità nelle guerre d’aggressione e di dominio mostra la debolezza del nostro senso storico, la difficoltà del Paese a fare i conti con la sua storia, con quell’immagine degli “italiani brava gente”che le diverse culture del dopoguerra, attraverso la scuola e i mass media hanno assecondato in vario modo.
Tutto questo mostra la fragilità del diritto internazionale e la necessità di promuoverne e difenderne quanto di denunciarne le contraddizioni, operazione che sollecita i cittadini ad un esercizio di democrazia e costituisce una bussola preziosa in questi tempi di tesa e pesante definizione di un’identità nazionale.
Le vittime sopravvissute all’abuso e al tempo, i loro familiari, le associazioni, chiunque abbia compreso il senso profondo della storia degli schiavi di Hitler deve prendere atto del paradosso di una situazione che scarica sulla generazione, che ha pagato col lager e con l’isolamento in Patria il suo NO alla guerra totalitaria, i costi e le responsabilità mai risolte del fascismo, delle classi dirigenti, degli apparati militari e burocratici nella storia italiana.
Una situazione di questo genere non mina solo la dignità degli individui, offende le vittime e la storia, ne occulta le verità profonde, ma costituisce un insormontabile ostacolo sul terreno di una politica della memoria che voglia essere strumento di crescita civile quanto di monito, che sia in grado di riconoscere l’orrore e la drammaticità di Kahla, del lavoro in miniera e nelle fabbriche d’armi, lo squallore e la violenza del lager.
La frequentazione personale per quasi dieci anni delle vittime ci autorizza, senza tema di smentite, a riportare il desiderio comune di una soluzione che comprenda delle scuse formali, il riconoscimento degli abusi e una quota simbolica di indennizzo economico che alla retorica sostituisca fatti.
Le ditte tedesche dovrebbero essere portate a partecipare al rifinanziamento, come previsto dalla stessa legge tedesca, alla raccolta dei fondi per le oggettive responsabilità e in considerazione dei costi ben maggiori legati all’immagine che questa vicenda proietta sui loro brand.
E’ da ricordare, per chi vorrà fare la ricostruzione della vicenda del risarcimento che solo le cause intentate dagli ebrei americani alla fine degli anni Novanta hanno costretto la repubblica Federale ad una legge per l’indennizzo del lavoro forzato.
Non va anche dimenticato che per escludere gli italiani dall’indennizzo è stata commissionata al professor Tomuschat, consulente di diritto internazionale, una perizia (senza possibilità di contradditorio), che ha indignato gli stessi storici tedeschi.
Questa è anche l’occasione per l’Italia di riconoscere le sue responsabilità in questa vicenda. Quelle di carattere di storico connesse agli eventi e quelle successive relative all’isolamento dei reduci, ai ritardi, alle omissioni, alla mancata ricerca storiografica e statistica.
Al di là della concessione di medaglie, a seguito di una legge che non ha fornito strumenti adeguati e che dopo un anno è in grado di consegnarne solo 800 – si potrebbe concludere l’iter di un disegno di legge che la scorsa legislatura ha approvato in un solo ramo del Parlamento e che destina una cifra simbolica agli schiavi di Hitler.
La soluzione per gli schiavi di Hitler è a portata di mano.
Richiede gesti di coraggio e volontà di chiudere una vicenda senza abbandonarla alla retorica delle celebrazioni.
Crediamo che solo trovando un punto di equilibrio su questa richiesta sia possibile iniziare a lavorare su progetti comuni di carattere istituzionale relativi alla memoria ed alla costruzione di un comune senso europeo. Anche da questo punto di vista la vicenda si offre ad essere strumento per un dibattito importante.
Da parte nostra, come per tutto il corso di questi anni, siamo pronti a portare il nostro contributo diretto in tutte le sedi istituzionali a cui saremo chiamati a partecipare ad un confronto rispettoso della storia e degli individui."
Prof. Valter Merazzi, direttore Istituto di storia Contemporanea di Como, responsabile centro di ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra
.
CENTRO DI RICERCA “SCHIAVI DI HITLER” FONDO I.M.I. CLAUDIO SOMMARUGA22012 Cernobbio (CO) - via Regina, 5 - Sezione dell'Istituto di Storia Contemporanea "P.A. Perretta" tel. 031/306970 - e.mail: info@schiavidihitler.it - www.schiavidihitler.it
Io personalmente non desidero ricevere soldi. Sarebbero ancora lordi del sangue di tutte le vittime dei lager, compresi i commilitoni di mio papà che non riuscirono ad avere la fortuna di tornare a casa come lui. Però è giusto che la Germania riconosca agli Imi italiani di essere stati vittime di quei lager dove tanto hanno sofferto
Per non imenticare e per avere giustizia, anche se tanti ormai, come mio papà, non ci sono più !!!

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venerdì 23 maggio 2008

Giovanni Falcone

23 maggio 1992 Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, morirono in un attentato a Capaci
Oggi oltre duemila giovani si sono assiepati nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo per ricordare il magistrato simbolo dell’antimafia. La sorelladi Falcone, Maria, è andata ad aspettarli stamattina quando sono arrivati con la nave della legalità e nel pomeriggio li ha guidati nella marcia che li ha portati davanti alla casa dove il giudice viveva con la moglie
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio mandato a Maria Falcone, invita a non abbassare la guardia, sottolineando a 16 anni da Capaci che
«le immagini della strage restano incancellabili nella memoria degli italiani e rinnovano l’angoscia e l’allarme di quel giorno, in cui la mafia colpì un magistrato di eccezionale talento e coraggio, che aveva saputo contrastarla anche individuando nuovi e più efficaci strumenti in grado di combatterla». L’impegno e la partecipazione di allora - ammonisce il presidente della Repubblica - non possono subire flessioni»
Ricordo le prime immagini della strage di quel giorno lontano di 16 anni fa, l'auto saltata in aria in autostrada, lo sgomento il dolore e la rabbia per quell'uomo ucciso così barbaramente insieme con la sua compagna di vita e con gli uomini che lo proteggevano.
Un magistrato di valore ammazzato in un paese " civile" perchè indagava sulla mafia !
Che cosa è cambiato da allora ? A che cosa è servito il suo sacrificio e quello del suo amico Paolo Borsellino?

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giovedì 27 dicembre 2007

Benazir, donna di pace

Questa è una delle ultime immagini di Benazir Bhutto, uccisa oggi in Pakistan in un attentato al termine di un comizio elettorale
Era una donna di pace che combatteva per la pace. Il mondo ha perso anche lei, stroncata dalla violenza e dal fanatismo
Benazir era nata a Karachi il 21 giugno 1953, in una famiglia ricca, ma la fortuna non è stata sua fedele compagna ed amica nel corso della vita
Era la figlia del deposto primo ministro pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, fatto giustiziare dal generale Muhammad Zia-ul-Haq nel 1979.
Nel 1988, a 35 anni, fu la più giovane, e la prima, donna a diventare capo di governo in un Paese musulmano dell'era moderna e grande fu il suo impegno nel battersi per promuovere i diritti civili in un paese dove le ingiustizie ela povertà erano enormi.
Fu Primo Ministro pakistano dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, ma per due volte fu costretta a dimettersi per scandali di corruzione di cui si è sempre professata innocente
Nel 1999 lasciò volontariamente il suo Paese, per un esilio che sarebbe durato otto anni.
Nel luglio di quest'anno l'ex primo ministro aveva intavolato una trattativa con l'attuale presidente pakistano, il generale Pervez Musharraf, per una divisione dei poteri nel Paese
Il suo ritorno in patria, per prepararsi alle elezioni nazionali dell'8 gennaio 2008, il 18 ottobre 2007, fu funestato da un gravissimo attentato con 138 vittime e almeno 600 feriti.
E oggi un altro ben triste epilogo, con la sua morte per le ferite da arma da fuoco
Come gli altri grandi uomini del passato, morti per i loro ideali di pace, anche lei ha lasciato la vita in un paese tormentato e privo di libertà
Addio, Benazir, ma resterai sempre anche tu nei nostri ricordi e nei nostri cuori ...

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venerdì 7 dicembre 2007

Class action per le leggi razziali

E' stata da poco approvata anche in Italia la class action, la possibilità cioè di fare una denuncia di gruppo contro società o altro, con il solito strascico di polemiche critiche e dissensi vari
Ma proprio ieri una class action da parte della comunità ebraica è stata intentata contro Casa Savoia.
Il medico Ilan Brauner ha chiesto all’Unione delle Comunità Ebraiche di querelare Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto per danni morali in quanti eredi del Re Vittorio Emanuele III, che nel 1938 diede il via libera alle leggi razziali.
La notizia viene riportata oggi da ’La Tribunà di Treviso (gruppo Finegil).
La richiesta di risarcimento danni allo Stato italiano fatta da parte dei Savoia nelle scorse settimane aveva provocato polemiche e critiche pesanti un po' ovunque in Italia, con le battute salaci e mordenti dei comici Luciana Litizzetto e Roberto Benigni. Ieri la richiesta di Vittorio Emanuele e del figlio Filiberto è stata in parte retificata con la richiesta di una cifra minima simbolica, un euro, ma ha di nuovo sollevato indignazione e polemiche.
Tra gli altri, Ilan Brauner, 62 anni, israeliano, medico legale e imprenditore nato a Haifa, in Palestina.
In Italia dal 1959, Brauner è uno dei membri di punta della comunità ebraica di Treviso: lunedì è partito alla volta di Roma per rivolgersi all’unione delle comunità ebraiche, chiedendo di portare in Tribunale i Savoia attraverso un’azione legale collettiva all’americana, come previsto dalla nuova legge Finanziaria.
«Il fulcro della denuncia saranno le leggi razziali contro gli ebrei del 1938 -spiega Brauner a La Tribuna di Treviso- i Savoia sono eredi di un reale che ha siglato una legge crudele assurda, che ha tolto libertà e dignità al popolo ebraico. I Savoia vogliono essere risarciti dallo Stato italiano per il loro esilio, chiedono i danni morali? Bene, noi vogliamo essere risarciti dai Savoia perchè la Casa reale ha cancellato la nostra libertà, i più elementari diritti civili provocando un enorme danno morale ed economico»
Nessuno di noi, non ebrei ma figli di IMI sopravvissuti ai campi di concentramento, ha dimenticato che quel re non solo siglò le leggi razziali ma fuggì nel 1943 e andò a rifugiarsi ad Alessandria d'Egitto lasciando l'Italia in balia dei nazisti
Forse anche noi dovremmo unirci in una action class e chiedere agli eredi Savoia il risarcimento danni per la libertà cancellata dei nostri padri e per la loro gioventù imprigionata per sempre tra i reticolati e la disumanità di un campo neonazista ...

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venerdì 30 novembre 2007

Contrasti

Due grandi dello spettacolo, Celentano e Benigni, sono passati questa settimana dagli schermi di Rai1
Mi sono piaciuti entrambi, anche se lo spumeggiante Roberto, che ha battuto se stesso con la sua esilarante comicità satirica, mi ha veramente fatto ridere fino alle lacrime. Non mi succedeva di ridere così da parecchio tempo perchè in effetti solo lui riesce a dire quello che dice in quel modo e con quella verve che rende leggere anche quelle battute che sono o che potrebbero anche essere pesanti.
Benigni però non ha solo preso in giro i politici e gli aspetti negativi della nostra attuale società, tanto spesso incredibile ed assurda, ma ha ricordato l'importanza dell'Italia, "quest posto piccino" che nel passato ha dato al mondo uomini famosi, artisti pittori scienziati architetti, il rinascimento, la musica e la religione, la Summa Teologale e San Tommaso, ed il sonetto.
Ed ora è ritornata grande con la moratoria internazionale contro la pena di morte.
Ben pochi hanno parlato di questa notizia importante quando è stata pubblicata sui giornali. Forse siamo talmente abituati a leggere e a scivolare via su tutto ciò che abbiamo trovato scritto, come se tutto fosse gossip e nulla più, che non riusciamo più a discernere il banale dal fondamentale e dall' importante.
Io avevo letto più volte nei mesi scorsi dei trafiletti che parlavano di questo argomento ed ho conservato l'articolo della Stampa che dava la notizia delle votazioni all'Onu perchè per me era molto importante. Sono da sempre contraria alla pena di morte e non ho mai trovato giusto che anche certi stati considerati civili debbano applicare una simile barbarie incivile
" Con 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni la terza commissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte fortemente voluta dall’Italia.
La risoluzione L29, che era stata presentata da Nuova Zelanda e Brasile, era stata depositata presso la Terza Commissione il 1 novembre. Il testo, che passerà all’assemblea generale, dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre, ha ottenuto due voti in più della maggioranza richiesta dei 97 necessari per ottenere la maggioranza assoluta.
L’Italia conduceva la battaglia per la moratoria sulla pena di morte da 13 anni e i tre precedenti tentativi, nel 1994, nel 1999 e nel 2003, erano falliti.
Il Vice presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha accolto con viva soddisfazione l’approvazione della risoluzione per la moratoria della pena capitale. Secondo D’Alema «il voto della Terza Commissione costituisce un passo decisivo verso l’adozione definitiva della risoluzione da parte della plenaria dell’Assemblea Generale, che dovrebbe avvenire nel mese di dicembre». «L’Italia conferma di essere in prima linea nel mondo in materia di tutela dei diritti umani - prosegue il ministro - la lotta contro la pena di morte a livello internazionale è uno dei temi prioritari di politica estera, che vede impegnati Governo, Istituzioni, forze politico-parlamentari e organizzazioni non governative in una campagna corale, convinta e tenace che ha prodotto un primo, rilevante risultato».
«La votazione di oggi - ha confermato una nota della Farnesina- nella Terza Commissione sulla risoluzione presentata dall’Italia e dall’UE lascia ben sperare per l’esame da parte dell’Assemblea Generale. Il voto di oggi è avvenuto infatti nel quadro di un’alleanza transregionale tra Paesi di tutti i continenti e, pertanto, pone le premesse affinchè l’organo più rappresentativo della comunità internazionale possa lanciare un importante segnale politico, di valore universale. Nell’esprimere apprezzamento per l’ampia ed efficace azione diplomatica della Farnesina e della rete all’estero - ed in particolare per l’impegno profuso dalla nostra Rappresentanza a New York - per acquisire i consensi del maggior numero di Paesi, e per le incisive iniziative ad ampio raggio condotte dai Vice-Ministri e dai Sottosegretari, il Ministro D’Alema ha tenuto a ricordare il ruolo fondamentale svolto dalla società civile italiana, che ha ispirato e sostenuto questa campagna, contribuendo a mantenere elevata, in questi mesi, l’attenzione internazionale sulla questione della pena di morte e di una moratoria universale delle esecuzioni».
Dunque un grande merito per il nostro paese, che si sarebbe meritato un grandissimo applauso, molto più grande di quello che ha avuto, sicuramente.
Ma notevole è stato il mio sconcerto nel leggere la scorsa settimana, pochissimi giorni dopo il successo internazionale, le notizie discordanti in merito all'annuncio che il sindaco di Torino, Chiamparino, ha invitato il Dalai Lama.
Polemiche ed imbarazzo del governo perchè la Cina ha fatto pressioni, polemiche e discussioni ed imbarazzo perchè il Dalai Lama, il capo spirituale del Tibet, in esilio da anni, dopo che la Cina invase le terre e distrusse tutti i templi tibetani, perseguitando i monaci, non è stato considerato personaggio gradito dai nostri governanti romani
Lui di certo non ha in tasca dei contratti commerciali come i Cinesi, ma sono più importanti i diritti umani da salvaguardare e gli uomini perseguitati di un prodotto cinese,magari inquinato e a rischio, vero? o no???
No alla pena di morte nel mondo, ma no al Dalai Lama in Italia per paura di irritare la Cina delle non libertà di pensiero, di parola e di religione e di ingiustizie gravi: due pesi e due misure, allora?
Chissà cosa direbbe Benigni ...

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domenica 18 novembre 2007

Frammenti di Memoria: Dino Roman

La scorsa settimana ho ricevuto una mail da Daniela, che mi comunicava che anche lei era figlia di un IMI. Daniela mi ha inviato la storia di suo padre e mi ha dato il permesso di pubblicarla. Un grazie ed un abbraccio a Daniela
" Mi chiamo Daniela Roman e sono la seconda figlia di Dino Roman.Mio padre nacque a Crescenzago il 17 Settembre 1923 in una casa sita in Via Padova al numero 336.A quel tempo Crescenzago era un comune a sé stante, mentre successivamente é stato conglobato nella cittá di Milano.
Purtroppo il mio carissimo padre mi ha lasciata il 12 Novembre 2003.
Mio padre era stato molto colpito dagli eventi bellici, dalla sua lunga prigionia, dalla perdita di tanti amici falciati dalla morte nel fiore degli anni.Tuttavia parlava della sua esperienza, non senza emozionarsi e sovente, nonostante fossero trascorsi tanti anni, quando evocava i ricordi e le esperienze piú dolorose piangeva e doveva interrompere i suoi racconti.
Alcuni anni fa io e lui avevamo stilato insieme un promemoria della sua esperienza di quel periodo compreso tra il 1942 e il 1945.
Mio padre riteneva che “quel vissuto” dovesse essere divulgato e condiviso con tutti gli uomini e le donne di buona volontá, affinché il valore dei grandi e dolorosi sacrifici subiti da una bella fetta dell´umanitá in quegli anni oscuri non andasse perduto.
Ecco la sua storia e le sue esperienze di quel tempo :
Artigliere Roman Dino, Matricola 64397, 1. Artiglieri Contr. e Sbarco, arruolato presso il Distretto Militare di Milano il 04 Maggio 1942 e destinato alla Caserma di Casale Monferrato (AL).
Presso la caserma di Casale Monferrato, cosí come altri, subisco un affronto da un graduato : ero seduto a terra e mi stavo cibando di quel poco che l´esercito passava, il graduato sopra menzionato sferra sprezzante un calcio alla mia gavetta e rovescia irrimediabilmente il povero contenuto. Mi alzo e lo colpisco con un manrovescio. Risultato : sono richiamato dai superiori, mi viene detto che lasceró la caserma di Casale con la prima partenza prevista. Sono cosí destinato in Grecia, a Rodi nel Dodecaneso.
Il 23 Marzo 1943, dopo un viaggio in treno durato 18 giorni, giungo al Pireo.Il mese successivo, in data 24 Aprile 1943 (é Pasqua!) arrivo all´Isola di Rodi e raggiungo la mia postazione situata sul Monte Filerimos a quota 244 mt.
La calda estate greca trascorre con momenti anche gioiosi, nel tempo libero mi ritrovo con i miei amici e commilitoni, si canta : ho con me il mio banjo, si scrive a casa, si pensa alla fidanzata in Patria, ci sono anche momenti di malinconia, ma siamo giovani, crediamo di avere il mondo in mano e, quando possibile, riusciamo a fare lunghe nuotate.
Rammento che dormivamo sotto una tenda, il nostro giaciglio era costituito da paglia : inevitabilmente, un po´a turno, venivamo assaliti tutti quanti dai pidocchi; alla fine ho preferito eliminare anche la paglia!
In quel tempo a Rodi si conviveva con la presenza di reparti tedeschi che erano ubicati sulla parte centrale dell´isola con la divisione motorizzata Rhodos. Mi ricordo di un ufficiale medico tedesco che mi tolse tre denti. Diverse volte sono stato invitato a suonare con il mio banjo struggenti musiche che i tedeschi apprezzavano e gradivano.
Giunge il fatidico 8 Settembre 1943, gli eventi nottetempo prendono un´altra piega : viene annunciato l`Armistizio ma mancano informazioni precise e certe, quel poco che si viene a sapere è frammentario, contraddittorio, i superiori impartiscono ordini che vengono poi smentiti.
Illusioni, speranze, stupore, la maggior parte dei commilitoni pensa che la guerra stia volgendo al termine, ci sono momenti di giubilo…Pochi hanno compreso che in realtà il peggio deve ancora avvenire!
La mia postazione di Artigliere è sul Monte Filerimos : il compito assegnatoci è la difesa del campo di aviazione.Nel frattempo il perimetro dell´Aeroporto militare di Maritsa era stato occupato dai reparti corazzati tedeschi.
Già dalla mattina del 9 Settembre 1943 si apre il fronte di guerra, una guerra cruenta; l´esercito italiano, benché di gran lunga superiore per numero di militari impegnati sul fronte delle battaglie porta avanti guerra impari : ci rendiamo conto di essere svantaggiati rispetto all´esercito tedesco che invece è bene organizzato e riceve ordini precisi.La battaglia infuria, Rodi è bombardata dagli Stukas tedeschi, i carri armati germanici sferragliano sulle strade di Pastida.
Riusciamo a riconquistare la base aerea di Maritsa.Gli eventi si evolvono a nostro favore quando, inaspettatamente, l´11 Settembre 1943 giunge la notizia assurda della capitolazione : ci siamo arresi ai tedeschi !
Tra la confusione generale, ordini e contro-ordini, la battaglia infuria, ne consegue una carneficina, i militi sono allo sbando; c´è chi vuole passare sotto i tedeschi, chi impaurito vuole raggiungere a nuoto le coste della Turchia, apparentemente vicine.Quanti commilitoni che hanno attuato questa scelta, ritenendola una via fuga, sono stati invece inghiottiti dalle acque del Mare Egeo, in pieno mare aperto!
Il nostro superiore rifiuta di consegnare le armi ai tedeschi, ci sprona alla battaglia e minaccia di fare saltare il cervello a coloro che hanno intenzione di “passare dall´altra parte”, a ingrossare le file dei tedeschi.
Lui stesso è il buon esempio e noi, per usare il titolo di un film, combattiamo davvero come “Giovani Leoni”, ma purtroppo abbiamo la peggio e ci dobbiamo arrendere!
Gli Ufficiali dell´Esercito sono catturati immediatamente e non si hanno piú notizie di loro, mentre la truppa viene imprigionata.Come tanti altri militari italiani anch´io sono catturato dai tedeschi; veniamo offesi, oltraggiati. I viveri, giá razionati al minimo, sono rapidamente esauriti.
Ci viene avanzata la proposta di aderire alle loro file, di entrare nella R.S.I.La mia morale non mi consente di tradire il mio credo, la mia ideologia, i miei principi e passare quindi “dall´altra parte” per divenire un loro strumento e contribuire a disseminare il terrore, le torture, la morte…
Prigioniero dei tedeschi sbarco al Pireo il 9 Gennaio 1944, successivamente, un po´a piedi, un po´in treno sono trasferito in Serbia, dapprima a Nîs, poi a Paracin, e indi nel Lager di Bagrdan.Noi Internati Militari subiamo successivamente ulteriori trasferimenti, a Belgrado e siamo quindi trasferiti al Lager Senjak (Zecnik ?) sino al´Ottobre 1944.
I lavori forzati ai quali venivo adibito erano finalizzati al rafforzamento della linea ferroviaria tra Atene e Belgrado.
Il lavoro era duro e comportava la spalatura di terra dalla montagna, il relativo carico della stessa su cassonetti (vagoncini) con spinta a uomo degli stessi e svuotamento del carico (terra).In inverno ci venivano affidate ulteriori incombenze, come la spalatura della neve presso le stazioni ferroviarie (nei Balcani l´inverno dura a lungo ed è assai freddo!) e il carico e lo scarico del carbone per alimentare le locomotive.
Durante l´intero periodo della prigionia eravamo sottoposti a strettissimo controllo della TOTD, che collaborava con le SS e la Gestapo, truppe tristemente note per la loro estrema brutalità, durezza e il comportamento assolutamente disumano nei confronti dei lavoratori forzati e dei prigionieri.
Dovevamo lavorare sotto il controllo armato di quei criminali che impiegavano anche feroci cani da guardia che non esitavano ad azzannare i prigionieri.
Il vestiario fornitoci era totalmente inadeguato a garantire un minimo di riparo dalle intemperie. Calzavamo zoccoli di legno che, soprattutto in inverno, non garantivano presa alcuna sul terreno ghiacciato.
La sveglia avveniva con colpi di rivoltella sparati nelle camerate; non c´era il tempo di uscire dalla porta, dovevamo saltare fuori dalle finestre!La tensione di quei momenti non mi ha piú abbandonato nel corso degli anni… se avverto il rumore di colpi improvvisi, è piú forte di me, non riesco a non trasalire.
Nelle camerate non erano disponibili giacigli, dormivamo direttamente a terra, senza paglia, per evitare quanto meno i pidocchi. Chi era piú fortunato riusciva a procurarsi qualche foglio di giornale e improvvisava un cuscino.Non esistevano coperte, neppure durante il freddo inverno balcanico!
La camerata era stipata da un numero inimmaginabile di prigionieri. Per i nostri bisogni fisiologici avevamo a disposizione un bidone. Chi di notte aveva necessitá di servirsene, a causa del disturbo che arrecava, richiamava inevitabilmente su di sé l´ira degli altri prigionieri. In assenza totale di illuminazione si finiva per calpestare gli altri prigionieri a terra e si perdeva il senso dell´orientamento.Per limitare il disturbo agli altri prigionieri, io e il mio caro amico Attilio V, ci eravamo accordati che, chi dei due aveva la necessitá di alzarsi, al ritorno veniva afferrato ai piedi dall´altro, in modo tale da riprendere il proprio posto a terra (…come cani!).
Anche Attilio V. fu catturato dai tedeschi a Rodi; lui era nella Fanteria, Divisione Regina e la sua postazione era a Jannadi, ma noi ci siamo incontrati a Bagradan e con altri commilitoni siamo divenuti grandi amici, condividendo lo stesso destino.La squadra dei miei amici era cosí composta : Cesare B. di Cascina Meda – Milano, classe 1922, Erminio R.di Cernusco sul Naviglio – Milano classe 1910, Paolo M.di Vignate, classe 1912, R. di Vimodrone, classe 1923.
Ricordo con tanto affetto e malinconia anche i seguenti cari amici, che purtroppo non hanno avuto la fortuna di sopravvive a quegli eventi : Pierino C., Fante, classe 1923 di Vimodrone, Angelo M.,Fante, classe 1923 di Vimodrone, R.,Fante, classe 1923 di Biella.
Per quanto riguardava l´alimentazione (per usare un eufemismo) che veniva distribuita nel Lager, questa era subordinata alla presentazione di un buono che ci veniva consegnato al rientro nel Lager a ultimazione dei lavori forzati sopra descritti.
Le razioni distribuite, ovviamente del tutto insufficienti, sia in termini quantitativi che qualitativi, comprendevano una forma di pane nero (tipo pane in cassetta) del peso di 1 Kg. da distribuire a 6 persone e 250 grammi di margarina da suddividere tra 19 persone!!!Nessuno voleva condividere quel poco che c´era e anche le briciole (poche) erano all´origine della discordia (tanta).
Io ero stato scelto dal mio gruppo per il taglio e la distribuzione del pane e della margarina. Cercavo e dovevo essere il piú equo possibile; non avevo a disposizione il bilancino del farmacista, è il caso di dire, e la responsabilità che mi competeva era gravosa.
L´unica bevanda calda disponibile era un surrogato di un qualche cosa, di non meglio specificato, imbevibile, ma aveva il vantaggio di scaldare un po´lo stomaco.
Ci veniva distribuita anche una brodaglia contenente barbabietole oppure patate, o carote.
Quando siamo stati fatti prigionieri a Rodi eravamo stati spogliati di tutto : non avevamo piú a disposizione il nostro zaino, neppure le nostre gavette, non avevamo posate, non disponevamo di cambio per l´abbigliamento, non avevamo coperte.Per ricevere la nostra minestra avevamo dovuto munirci di barattoli che fortunosamente trovavamo e custodivamo gelosamente.
Una volta rammento che, non avendo a disposizione altri recipienti, abbiamo ricevuto la minestra nel bidone destinato ai bisogni fisiologici, non era stato neppure possibile lavare e disinfettare il recipiente! Chi poteva permettersi di essere schizzinoso ?
Ovviamente nessuno di noi internati e/o prigionieri, che dire si voglia, percepiva denaro per il lavoro prestato.
Per chi si ammalava la situazione diventava ancora piú critica, nessuno riceveva assistenza medica.Le sofferenze morali, fisiche, e psichiche erano pesanti. Era duro assistere alla morte, all´uccisione degli amici o di chi ci stava accanto; inevitabilmente ciascuno di noi aveva sviluppato la consapevolezza che, per un nulla, poteva essere annientato.
Tanti sono i ricordi che mi sovvengono : chi voleva sopravvivere, doveva aguzzare l´ingegno, rischiare soprattutto in prima persona … la pelle.Rammento una volta mentre ero impegnato in lavori presso una stazione; c´era un treno merci in sosta che trasportava noccioline; siamo riusciti a rubare le noccioline e l´abbiamo scampata!
Un´altra volta il mio amico Attilio V. aveva trovato “ un acquirente” per il suo pullover; in cambio avrebbe ottenuto una manciata di farina. In realtà una volta ceduto il suo pullover la manciata di farina gli venne poi negata. Si ingaggió una lotta, venne infranto il vetro di una vetrina. Me ne accorsi in tempo, raggiunsi il mio amico : non avevo paura a venire alle mani. Afferrai il disonesto per il colletto della camicia e Attilio ebbe la sua manciata di farina!
Nella giornata di Venerdì rammento che avveniva regolarmente una certa Processione, alla quale partecipavano anche i nostri aguzzini, chi se la sentiva cercava quindi di fuggire dal Lager per andare alla ricerca di un po´di cibo.
Talvolta nel corso di queste nostre fughe si attraversavano piccoli villaggi, abitati solamente da vecchi, donne e bambini. I loro uomini erano anch´essi in guerra; se si presentava l´occasione in inverno cercavo di rendermi utile con i miei amici spalando la neve davanti alle case. Riuscivamo cosí ad ottenere un po´di prezioso filo per cucire i poveri stracci che malamente ci ricoprivano.La ricompensa altre volte consisteva in qualche patata o rapa, un po´di pane secco, che le donne del posto, povere anch´esse, riuscivano a mettere insieme.
Quando andava proprio male ricordo che piú di una volta sono andato a “rubare” bucce di patate e cibo ai maiali. La situazione era estremamente pericolosa in quanto la fuga e il furto erano puniti con la fucilazione, ma la fame era tanta e chi se la sentiva rischiava.Una volta ricordo che una scrofa era particolarmente nervosa, con i suoi forti grugniti avremmo corso il rischio di non riuscire a farla franca. Un mio compagno doveva quindi cercare di distrarre l´animale, in modo tale che io potessi portare a compimento il mio lavoro.
Altre volte con i miei amici piú fidati si andava “a caccia”. Riuscivamo a rimediare lumache, rane, pesci, animali selvatici e allora era festa in grande, si mangiava!
Ero riuscito a catturare qualche coniglio selvatico che poi mangiavamo in compagnia. Nulla veniva gettato via : ho preso le pelli dei conigli, le ho conciate in qualche modo con la terra, le ho stese su assi di legno, ed ecco pronta una pelliccetta che mi ricopriva un po´le spalle e il petto nei periodi piú freddi.
Di Bagrdan serbo un altro tristissimo ricordo.
Noi prigionieri attraversavamo in colonna il paese, le nostre guardie/carnefici erano ungheresi arruolati nella TODT, nella Gestapo o nelle SS. Lungo la nostra marcia incontriamo dei passanti, un ragazzo italiano del nostro gruppo tende un fazzoletto e implora una donna, lí di passaggio, di dargli qualche cosa da mangiare; il carnefice ungherese lo aggredisce, lo colpisce e lo fredda sul colpo.Abbiamo sollevato in braccio la povera vittima e lo abbiamo portato al cimitero locale.
Nel 1986 mia figlia Daniela ha intrapreso un viaggio e si è recata anche a Bagrdan, con l´intenzione di cercare la tomba di quel poveretto.Ancora oggi Bagrdan è una piccola località e la presenza di stranieri non passa inosservata. Una persona di passaggio chiede a mia figlia se puó rendersi utile, Daniela risponde che sta cercando il cimitero locale e spiega brevemente il motivo.Nel frattempo giunge un altro signore che viene interpellato dal serbo che sta parlando con mia figlia.Incredibile ma vero, quella persona rammenta l´accaduto, era stata testimone oculare di quell´omicidio : a quel tempo lui era un bambino di circa 9 anni, racconta quel tragico evento e mia figlia viene accompagnata al cimitero di Bagrdan, e le viene indicato il punto di sepoltura di quel ragazzo.Le viene sconsigliato di addentrarsi nel cimitero, il terreno è incolto, le erbacce sono alte e infestate da serpenti.
Non c´é una lapide, una croce o un qualsiasi simbolo a ricordo di quel povero giovane. Daniela ha raccolto dell´erba e qualche fiore selvatico che cresceva in quel cimitero e me l´ha portata come ricordo.
Noi prigionieri subiamo un altro trasferimento, la nuova destinazione è Belgrado presso il Lager Senjak (Zecznik ?). Anche qui noi prigionieri siamo impiegati nei lavori di rafforzamento della linea ferroviaria.Siamo nel Settembre – Ottobre 1944 in piena guerra; la gente del posto ci informa che gli eventi prenderanno presto un´altra piega, l´Armata Rossa si sta avvicinando.
Il 12 Ottobre 1944 le Armate Sovietiche si trovano al confine ungherese e stanno convergendo sulla capitale yugoslava. Piú a Sud, a Nîs, i tedeschi sono costretti ad evacuare la cittá.Il 16 Ottobre 1944 si combatte per le strade di Belgrado, porto in braccio un bambino ferito, suo padre mi accompagna, vogliamo raggiungere l´ospedale che è ubicato sopra una collina.Durante la nostra corsa verso l´ospedale notiamo una ragazza con lunghi capelli raccolti in una treccia; improvvisamente la giovane é dilaniata dallo scoppio di una bomba davanti ai nostri occhi e vediamo con orrore che la sua lunga treccia ha aderito alle pareti della roccia!
Belgrado sta per essere conquistata dall´Armata Rossa e dai combattenti di Tito.
Subiamo quindi un ulteriore trasferimento e nel Novembre 1944, attraversando la Croazia, entriamo nella regione della Bassa Austria, a Petzenkirchen, dove giungiamo nel Natale del 1944.A mano a mano che le truppe sovietiche avanzano ci aspettano altri spostamenti, Wiener Neustadt, Baden bei Wien e Vienna, dove giungiamo il 23 Gennaio 1945.
Il 31 Marzo l´Armata Rossa avanza verso Wiener Neustadt; il 06 Aprile inizia la battaglia a Vienna, gli attacchi sovietici sono continui e le SS intendono fermare l´ulteriore avanzata dell`Armata Rossa in territorio austriaco. I combattimenti sono aspri, selvaggi.
Nel corso di quegli ultimi 5 mesi, per sfuggire all´avanzata delle truppe russe, le SS in fuga ci trascinavano nelle colline nei pressi di Vienna e intendevano terrorizzarci con lo spettro della venuta delle truppe russe.Non se ne poteva piú di fuggire, di essere minacciati, eravamo sfiniti.
Finalmente, il 14 Aprile 1945, a Sainkt Pölten siamo liberati dai Russi che ci rifocillano di cibo, ci forniscono qualche capo di abbigliamento e qualche sigaretta.
In treno giungiamo a Budapest, successivamente siamo trasferiti a Veszprem dove, in data 7 Maggio 1945 apprendiamo che, finalmente, la folle guerra è terminata!
In Ungheria lavoravamo con i Russi nella puszta ungherese, io e miei amici effettuavamo il trasporto di materiali con carri trainati da cavalli; io stesso ne avevo due, uno dei quali nero con una stella bianca in fronte.
Giungiamo al Lago di Balaton dove è prevista una sosta di otto giorno, prima di proseguire per la nostra destinazione situata a 90 Km. da Mosca.
A fine Luglio 1945, in treno in viaggio verso l´Est, arriviamo alla stazione ferroviaria di Sopron.
Io e gli altri 5 miei amici non ci pensiamo due volte, lasciamo il treno. Dieci minuti dopo saliamo su un altro treno che viaggia nel senso opposto, verso Graz.
Al confine russo-americano siamo consegnati agli Americani presso un centro di smistamento.Dopo 40 giorni rientriamo con mezzi americani (camion) in Italia via Innsbruck, Pescantina, Verona, Stazione Centrale di Milano. È il 28 Agosto 1945 sono le ore 17.00 circa.
Ricoperti con i nostri poveri stracci saliamo su un tram; nessuno di noi ha denaro ma il tranviere insiste per avere il pagamento della corsa.Cerchiamo di spiegargli la situazione, non vuole capire, lui vuole i soldi.
Da un posto a sedere si alza una Signora, è lei che paga i biglietti per noi! Che emozione, c´è ancora umanitá!
Devo raggiungere il Via Padova, dove abita la mia famiglia : mio padre è ricoverato all´Ospedale di Garbagnate, dove morirá l'8 Gennaio 1946 a 48 anni, a causa della silicosi, ho un fratello, Osvaldo di 8 – 9 anni e una sorellina, Irma di 5 – 6 anni.
Qualcuno del mio rione mi ha visto e corre ad avvisare mia mamma.La incontro piangente sul ponte in Via Padova che corre scalza per venirmi incontro.
È TUTTO FINITO, FINALMENTE SONO A CASA!DEDICO UN PENSIERO E UN RICORDO A CHI NON È POTUTO RIENTRARE ED È RIMASTO IN TERRA STRANIERA. RINGRAZIO CHI HA SALVATO ONORE E DIGNITÁ; AFFERMANDO “NO AL NAZI-FASCISMO”
Dino Roman – deceduto a Milano il 12 Novembre 2003
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