Pensieri in Libertà

sabato 13 febbraio 2010

Mani Pulite, ieri e oggi

" 17 febbraio 1992.
Diciotto anni fa, ...,veniva arrestato il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio - ospizio per anziani milanese - mentre riceveva una tangente di sette milioni di lire. Si chiamava Mario Chiesa e con quelle manette prendeva il via la stagione di Mani Pulite.
In quei giorni si affacciavano sulla scena politica di Milano facce nuove, pulite, che promettevano di parlare una lingua diversa: tra queste quella del leghista Pier Gianni Prosperini e di un gruppo di ragazzi della Gioventù liberale. Il primo è finito in carcere prima di Natale con l’accusa di aver incassato una tangente da 230 mila euro, mentre per uno dei giovani liberali - Camillo Pennisi detto Milko - le manette dei carabinieri sono scattate giovedì, mentre si faceva dare da un imprenditore cinquemila euro in contanti nascosti in un pacchetto di sigarette.
Se li era fatti portare nella piazzetta alle spalle di Palazzo Marino, durante la seduta del Consiglio comunale, con la naturalezza di chi esce dall’Aula un momento per fumare.
Nelle stesse ore è stato arrestato il presidente della Provincia di Vercelli e l’Italia ha cominciato a interrogarsi su quale sia la vera faccia di Guido Bertolaso e dei miracoli della Protezione civile.
Il presidente del Consiglio sostiene che i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi e si potrebbe essere tentati di leggere tutto questo come l’offensiva pre-elettorale di una magistratura politicizzata contro la maggioranza di governo a cui appartengono tutti questi personaggi. Ma i conti non tornano: sono in corso inchieste in otto delle tredici regioni che andranno al voto questa primavera, peccato però che i politici coinvolti in ben sei di queste appartengano al centrosinistra.
Dal sindaco di Bologna allo scandalo della sanità pugliese, dagli avvisi di garanzia al candidato del Pd in Campania alla bufera sull’ex presidente del Lazio, fino alle inchieste in Calabria e all’indagine sugli appalti a Firenze. La magistratura ha colpito a destra - nel mirino la sanità lombarda - e a sinistra e i carabinieri sono intervenuti a Milano, come a Vercelli o a Roma perché c’erano imprenditori che hanno fatto denuncia, stanchi di pagare.
Ogni giorno emergono storie che ci raccontano come la sanità italiana e i suoi appalti siano diventati fonte privilegiata di approvvigionamento per gli appetiti della politica di ogni colore e schieramento.
Si ha la sensazione che si sia davvero tornati al punto di partenza, con la differenza che non si agisce più per conto dei partiti, che nel frattempo non esistono più nella forma che conoscevamo vent’anni fa, ma prevalgano gli individui, le loro carriere e la voglia di avere vite private esagerate.
Ad essere tornata identica è la facilità con cui si chiedono tangenti, contributi, viaggi, automobili, prostitute, orologi, gioielli e carte di credito agli imprenditori che vogliono fare il salto di qualità. È la naturalezza con cui tutto ciò avviene e con cui si arraffa a fare impressione.
Lo spavento di un’intera classe politica, il senso di vergogna, i tabù e la prudenza che sembravano essere entrati nel dna della classe politica dopo Tangentopoli sono completamente svaniti.
La rievocazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla sua morte, che si è tenuta poche settimane fa, con quell’insistenza sui meriti storico politici dell’azione di governo dell’ex segretario socialista e la rimozione della corruzione e delle tangenti sono segno dei tempi.
Segno che la memoria è svanita.
Tanto che l’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli può permettersi di dire serenamente che le tangenti erano «solo» del tre per cento, come se questo le rendesse accettabili.
In questi giorni diventa maggiorenne la generazione nata in quel 1992, una parte di questi ragazzi andrà al voto per la prima volta tra poche settimane, siamo andati a cercarli e abbiamo avuto la conferma che Mani Pulite non è materia di ricordo.
C’è smarrimento in chi andrà alle urne e dovrà sostenere la Maturità, davanti alla storia recente e ai comportamenti della politica di oggi.
E aumenta la sfiducia.
Il moltiplicarsi delle inchieste porta con sé anche una sensazione di stanchezza, di assuefazione dell’opinione pubblica; certa spettacolarizzazione della giustizia - un discutibile protagonismo di magistrati che parlano prima dei loro atti - crea disagio e contribuisce allo sfarinamento del vivere civile.
Penso a questa divulgazione continua di particolari - meglio se sessuali o pruriginosi - dati in pasto ai mezzi di comunicazione per far salire il livello di attenzione.
Una strategia pericolosa e dubbia: si finisce per giudicare un politico per la sua moralità sessuale e si perde di vista la sostanza.
Certo è evidente che il sesso sta diventando parte integrante del sistema della corruzione, ma concentrarsi sugli aspetti «pecorecci» finisce per far passare in secondo piano ruberie e spoliazioni della cosa pubblica. Sono convinto che sia poco importante passare giornate a discutere se Bertolaso curasse o no il mal di schiena in un centro sportivo romano, quanto è invece fondamentale capire come funzionava la macchina degli appalti della Protezione civile.
I cittadini avvertono un senso di nausea e la politica dovrebbe farsene carico con urgenza, riscoprendo lei il senso della misura e quello della vergogna. "
Mario CALABRESI direttore La Stampa To
Riporto qui sopra questo articolo di Mario Calabresi, perfetto e preciso, che meglio non poteva esprimere quello che sto provando in questi giorni, dopo aver ripreso a leggere storie di corruzione e di scandali moderni di una nuova Tangentopoli, eclatante e squallida, ahimé
Ho anche letto l'intervista del quotidiano torinese ai giovani nati nel 1992
L'ignoranza storica di questi giovani per un passato per nulla lontano mi ha suscitato ilarità ma anche una certa amarezza perchè il loro rispondere in modo così inadeguato mi ha fatto pensare che il loro non sapere è dovuto al fatto che nessuno mai, nelle loro famiglie, ha parlato o ricordato quegli anni, quei tempi e quelle persone corrotte o facilmente corruttibili
Chissà di cosa mai si parla in famiglia al giorno d'oggi ? ma parleranno poi i giovani con i loro genitori ?

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martedì 2 febbraio 2010

Non è cambiato nulla!

La scorsa settimana ho avuto pochissimo tempo a disposizione perchè era la settimana degli scrutini e le ore passate a scuola anche di pomeriggio sono state parecchie
Ho quindi solo sfogliato i quotidiani , non ho avuto tempo di leggere neppure un libro e la sera sono sempre andata a dormire presto...
Uno degli articoli intravisti velocemente però ha colpito la mia attenzione:
" Terrore nelle notti afghane
Le operazioni segrete Usa
Presunti seguaci dei talebani nelle celle afghane
I prigionieri delle carceri speciali: è peggio che Guantanamo "
Quando sono riuscita a riprendere in mano quella pagina di giornale, con tempo e calma a disposizione, ho letto le prime righe dell' articolo ma...
ma mi sono fermata lì !
Non sono riuscita ad andare fino in fondo. Provo sempre un profondo disgusto sia quando leggo sia quando vedo scene di violenza " vera", quella subita nella realtà, della guerra soprattutto
E in questo articolo si riaffrontava il tema delle violenze più brutali che gli americani fanno subire ai prigionieri di guerra. Prima era Guantanamo, ora è un carcere segreto in Afganistan
Sono tante le persone che in molti luoghi del mondo subiscono torture e brutalità in carcere, ma quello che mi fa andare in bestia è questo comportamento ottuso ed ipocrita degli Usa, paese democratico, che in terra straniera va a combattere terroristi, soprusi vari ecc ecc e poi si comporta peggio di coloro che minacciano la libertà e la pace di paesi sempre sull'orlo della dittatura o peggio
Possibile che dopo anni di governo Bush e di orrori vari, anche ora si debbano continuare questi metodi crudeli ed incivili ?
E Obama che fa ? Saprà di certo , no ? o no?
Poi si lamentano perchè gli attacchi taleban sono sempre più cruenti e perchè i morti non solo americani sono in aumento in una guerra sempre più assurda e ormai in perdita ... diciamo pure una guerra quasi perduta
Quanto all'Italia, collaboratrice degli Usa ai tempi di Bush, non è che stia granch'è meglio
" Sismi compiacente su Abu Omar"
Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di agenti della Cia e il non luogo a procedere per i funzionari sei servizi italiani: "Il segreto di Stato è un paradosso"
Gli agenti del Sismi imputati nel processo per il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, allora indagato per terrorismo internazionale, sapevano e forse furono compiacenti quando il religioso fu rapito il 13 febbraio del 2003.
Il direttore del tempo del servizio segreto militare, Nicolò Pollari, partecipò «sicuramente» ad «attività di ostacolo e sviamento delle indagini», tanto che per lui «rimane un giudizio morale fortemente negativo», in quanto agì, tra l’altro, «in qualità di servitore dello Stato». "
Il segreto di Stato in Italia è un serio problema perchè ha impedito per anni e continua ad impedire la scopertà delle verità nascoste di stragi , di attentati, di misteri politici che non sono mai stati svelati completamente
E fino a quando ci sarà una mentalità politica di un certo tipo, penso proprio che il segreto di stato non verrà mai tolto ...

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venerdì 30 ottobre 2009

Ciancimino e Gladio

Sto seguendo sulle pagine de La Stampa la storia di Massimo Cincimino e gli avvenimenti che hanno coinvolto suo padre con la mafia e con i misteri che hanno coinvolto politici e servizi segreti deviati in un passato non troppo lontano
Una storia sempre più interessante che è ormai un vero e proprio giallo
Alcuni giorni fa c'era stato un furto misterioso in casa di Massimo Ciancimino ed erano spariti dei documenti
Ieri Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo un appunto scritto dal padre Vito, ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Novanta, quando Giulio Andreotti, decretandone la fine, perché ormai superata dai nuovi assetti dell’Europa, ne rivelò l’esistenza in Parlamento.

L’appunto manoscritto è stato consegnato ieri mattina da Massimo, insieme con una quarantina di altre “carte”, tra cui la copia originale del famoso e famigerato «papello» finora esistente in fotocopia, custodito negli archivi dei sostituti procuratori di Palermo.
Il biglietto sarebbe una sorta di “rivelazione” autografa destinata all’enorme materiale politico e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora suscitavano le sue affermazioni.
«Ho fatto parte di Gladio», scrisse don Vito. E non si sa quanto di altro aggiunge nel corso del “messaggio”.
I magistrati non si sbilanciano, fino a quando non saranno in grado di valutare l’attendibilità dell’appunto e soprattutto fino a che non riusciranno a collocarlo nel tempo e nel clima di quegli anni.

Anche il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti dei servizi segreti.
In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al "papello" con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla trattativa che don Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra.
Il mondo economico, finanziario e politico in Sicilia è stato sempre al centro delle attenzioni e dello sguardo degli apparati di sicurezza.
Don Vito ne aveva dimestichezza anche per il ruolo ricoperto da suo padre Giovanni, che durante la guerra e subito dopo era diventato un punto di riferimento degli americani nella zona di Corleone, perché conosceva, forse l’unico nel territorio, l' inglese.
Dal punto di vista del contenuto -i dodici punti di richiesta della mafia- il documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la fotocopia.
E' importante invece l’originale per le conoscenze che potranno essere acquisite attraverso le perizie già disposte: quella grafica, che potrebbe portare all’identificazione dell’autore, e «l’età» del documento - attraverso l’analisi della carta - e forse anche la provenienza.

Tra le carte consegnate ieri da Massimo Ciancimino ci sarebbe anche una pagina manoscritta dedicata alla morte di Paolo Borsellino.
Don Vito ha scritto: «Post scriptum traditori», e riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi».
Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti.
A tradirlo, sarebbe stata la politica ( che non aveva gradito il lancio di volantini da un aereo con la scritta: " Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino").
E alla fine immagina che Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e "forse anche Falcone"), "se risuscitasse" non rifarebbe le cose che ha fatto!
Grazie a Massimo Ciancimino, forse, a poco a poco, si riuscirà a sapere qualcosa in più di quegli anni tristi e violenti in cui lo Stato subì attacchi mafiosi e morti di magistrati che lottavano per far trionfare la giustizia

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venerdì 9 ottobre 2009

Martelli, mafia ed istituzioni

«Chiedo in ginocchio di far luce sui mandanti della strage annunziata». Agnese Borsellino
Ieri sera ho seguito con estremo interesse la puntata di Anno Zero dedicata al rapporto tra mafia e istituzioni dello Stato all'inizio degli anni Novanta.
Ho ascoltato Massimo Ciancimino, il minore dei cinque figli di Vito, il sindaco del sacco di Palermo definito da Buscetta organico alla cosca dei corleonesi, raccontare di suo padre, di Riina e di Provenzano e di episodi inediti.
Ciancimino jr, già condannato in primo grado per riciclaggio, è anche teste d’accusa in inchieste delicatissime condotte dai magistrati di Palermo e Caltanissetta per la storia del «papello», il documento che proverebbe trattative fra mafia e politica nel ‘92, a cavallo tra le stragi di Falcone e Borsellino.
La trasmissione di Michele Santoro ha presentato anche un'inchiesta curata da Sandro Ruotolo, l'inviato che nei giorni scorsi ha ricevuto minacce di morte, nella quale è emersa una presunta trattativa tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra per fermare le stragi.
Trattativa della quale il giudice Paolo Borsellino sarebbe venuto a conoscenza, prima di rimanere ucciso, il 19 luglio 1992 in via D'Amelio.
Queste novità molto importanti sono state rivelate dall'ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli ( si può ascoltare qui )
La fonte sarebbe stato l'allora direttore degli Affari penali del ministero, Liliana Ferraro, principale collaboratrice di Giovanni Falcone, informata dal capitano del Ros, Giuseppe Di Donno.
E’ uno squarcio, questo, che legittima i sospetti su tutto quello che, nel tempo, è venuto alla luce, dai depistaggi ai processi che si devono riaprire perché «truccati», dagli strani personaggi istituzionali che entrano ed escono, guardie e ladri contemporaneamente, alle amnesie di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni.
Insomma, tutti quei misteri ancora da risolvere che hanno portato tante persone a pensare che il "pozzo nero" delle stragi del ‘92 e del ‘93 esiste.
E proprio uno dei misteri mai risolti è quello dell'agenda rossa di Borsellino, che si trovava nella sua valigetta, salvata dall'incendio dell'auto saltata in aria, consegnata poi ad un misterioso ufficiale mai identificato e restituita successivamente, senza più, però, quell'importantissimo documento che era la sua agenda-diario...
Una bella trasmissione, ricca di colpi di scena e di testimonianze che si merita un plauso per la sua originalità, come era altrettanto interessante e culturalmente valida la trasmissione Blu Notte di Lucarelli su Rai 3 di venerdì scorso, dove si è parlato di P2 e di un altro scabroso periodo della nostra storia recente, con i misteri di Licio Gelli e di tanti altri personaggi famosi che hanno portato e portano avanti i suoi piani sovversivi
Quando Santoro non si occupa di gossip, e di scoop con le escort, è decisamente molto più valido e meritevole di essere visto!

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lunedì 17 agosto 2009

L' Agente Orange

500 mila persone, i bambini nati con handicap, le vittime vietnamite dell' Agente Orange, il defoliante dal nome solare, stanno ancora chiedendo i risarcimenti 48 anni dopo che il Pentagono americano decise di impiegarlo in Vietnam, irrorando senza pietà quelle boscaglie dove si nascondevano i nordvietnamiti.
L ’Agente Orange si rivelò essere il defoliante portatore di Morte.
Gli strateghi americani avevano pronosticato che il suo impiego in Vietnam avrebbe dato una svolta decisiva al conflitto, ma non fu così perché i soldati del Nord comunista, demolendo ogni pronostico, vincendo la guerra, sbugiardarono gli strateghi di McNamara.
L’ impiego dell’Agente Orange risolse non poche situazioni a rischio, ma soprattutto agevolò i GI americani nella loro rasatura della secolare boscaglia vietnamita, eseguita grazie ad un' arma recente e molto distruttiva: la diossina.
Il diserbante aprì quindi sistematicamente larghe radure nella fitta vegetazione del Vietnam del Sud, ma paradossalmente, anche se aumentò il numero dei caduti del Nord, non diminuì, invece, le perdite americane.
Il 10 agosto, Saigon, la capitale del Vietnam del Sud, che dopo la vittoria nordista fu ribattezzata Ho Chi Minh City, e le sue strade, rifatte sul modello del Midi francese, traboccavano di gente anziana e storpia in maggioranza, a piedi o in carrozzelle per invalidi.
È gente visibilmente piagata da una interminabile disgrazia che si raduna ogni anno a Saigon nell’anniversario del primo lancio delle bombe tossiche alla diossina, quelle che Washington considerava "arma decisiva".
Un lungo, muto corteo triste per sollecitare aiuti concreti in dollari ai reduci d’una guerra dimenticata e così disgraziata
Gli anziani reduci che hanno sfilato compostamente erano diecimila, applauditi dalle "rondini bianche", le ragazze in "aodai", il vestito nazionale coi due spacchi alti sulle gambe.
Fra i cartelli ne spiccava uno in vietnamita che diceva: "Siamo stanchi d’esser presi in giro - quanto ci rimane da vivere?".
Fonti autorevoli americane hanno dichiarato che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama pare abbia chiesto «lo stato degli atti».
Non sarà facile chiudere la "pratica Orange", ma si deve in ogni caso rendere giustizia a chi fece il suo dovere di soldato, non importa quali siano state le sue mostrine.
Nel 1995 Stati Uniti e Vietnam hanno ripreso le relazioni; sarà così forse meno difficile "evadere questa pratica", costata finora 400 mila morti e deturpati, 500 mila bambini nati con malformazioni e milioni di casi di carcinoma e di Parkinson.

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Sacrificio e riscatto

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella ricorrenza del sessantacinquesimo anniversario dell’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, ha inviato al Sindaco un messaggio in cui ha rivolto a tutti i convenuti alla commemorazione «il suo partecipe e solidale pensiero»; «Il sacrificio di tanti nostri concittadini che seppero battersi coraggiosamente per il riscatto della loro Patria costituisce la più viva eredità morale della Resistenza e della Lotta di Liberazione, che scrisse in questa terra generosa pagine altissime di eroismo. Da quella stagione di rinascita civile l’Italia trasse la forza spirituale e l’unità necessarie per dar vita ad un ordinamento fondato sui valori di democrazia e di giustizia sociale e sull’attivo sostegno alle organizzazioni internazionali e sovrannazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni».

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domenica 21 giugno 2009

Sigonella

"Il Pentagono sta identificando gli ottocento militari da inviare, la Northrop Grumman ha scelto i tecnici da trasferire e almeno cinque Global Hawk sono già sulla pista di Sigonella: sono i primi passi della realizzazione dell’Alliance Ground Surveillance (Ags), il sistema di sorveglianza terrestre della Nato che dal 2012 sarà operativo dalla base militare in Sicilia. Voluto dall’Alleanza atlantica per sorvegliare lo scacchiere del Mediterraneo impiegando l’ultima versione del più sofisticato occhio elettronico dell’arsenale degli Stati Uniti, assegnato all’Italia a scapito della concorrenza di tedeschi e turchi e destinato a comprendere otto Global Hawk, l’Ags andrà a integrare l’operazione «Active Endeavour» ovvero il monitoraggio Nato dei vascelli sui mari, che viene coordinato dalla base alleata di Napoli. Ciò che ancora manca all’Ags è il via libera di due Paesi alleati - la Turchia e la Polonia - che per motivi diversi esitano, facendo prospettare l’aumento dei costi per le altre 26 nazioni che invece hanno già aderito accettando di condividere spese totali stimate in 1,5 miliardi di euro, 150 milioni dei quali ricadranno sull’Italia. Ma si tratta di ostacoli che fonti diplomatiche a Washington definiscono «destinati ad essere superati» perché l’interesse della Nato a far volar al più presto i super-droni è molto forte.
...a Sigonella, l’arrivo degli 800 militari necessari a gestire il sistema da terra farà crescere la base ed anche l’indotto.
I cinque Global Hawk che sono già presenti in Sicilia sono al momento in forza alle unità militari degli Stati Uniti e servono di supporto alle attività del nuovo comando Africom - responsabile per l’Africa - che opera dalla base di Vicenza riversando a terra in tempo reale le informazioni raccolte elettronicamente durante i sorvoli che si spingono ben oltre il Mediterraneo.
L' «Active Endeavour», varata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, consente alla Nato di identificare possibili minacce in arrivo via mare verso l’Europa del Sud, il sistema Ags allargherà tali potenzialità all’osservazione di quanto avviene sulla terra ferma adoperando i sistemi più avanzati di sorveglianza elettronica.
In comune le due operazioni alleate hanno anche il principio-cardine della «raccolta di informazioni da passare agli Stati interessati» alle responsabilità dei quali viene poi lasciata la decisione di un intervento. Non è ancora chiaro se i cinque super-droni dell’Us Air Force già a Sigonella entreranno a far parte della squadra di otto velivoli del sistema Ags della Nato o se continueranno invece a costituire un’unità separata ma in entrambi i casi la base siciliana è destinata a diventare il principale punto di ascolto e osservazione delle forze alleate su quanto avviene in Europa, Africa e Medio Oriente. "
Questa è un'altra notizia che mi ha lasciata ancora più perplessa. Queste spese militari così eccessive per operazioni di difesa dal terrorismo mi mettono l'angoscia E mi chiedo quanto siamo ancora succubi degli Usa, Obama o non Obama che tenga
Io ricordo un'altra Sigonella, lontana nel tempo, quando Craxi si oppose agli Usa e scoppià l'affaire Sigonella.
Il 10 ottobre 1985 il governo italiano aveva visto concludersi,in modo tragico ma non catastrofico, il sequestro, ad opera di un commando di terroristi palestinesi dell'ala radicale dell'Olp, dell’«Achille Lauro», con a bordo centinaia di turisti italiani in viaggio in Egitto.
Al termine di una difficile trattativa, condotta dal presidente del consiglio Craxi e dal ministro degli Esteri Andreotti con Arafat, i terroristi avevano riconsegnato la nave al Cairo. Ma prima di arrendersi avevano assassinato un turista americano ebreo, Leon Klinghoffer.
Ma il telefono di Craxi squillò pochi minuti prima di mezzanotte. Il presidente Usa Ronald Reagan hiedeva l'autorizzazione di lasciare atterrare nella base di Sigonella un aereo egiziano dirottato, e scortato dagli F14 dell'aviazione americana, con a bordo il commando dei terroristi e i mediatori palestinesi, Abu Abbas e Hani el Hassan, che avevano condotto la trattativa.
In pochi minuti, dopo l'atterraggio del convoglio di aerei,di cui facevano parte due C141 che dovevano servire al trasporto del commando,i militari Usa e i soldati italiani, con i carabinieri che sorvegliavano Sigonella, rischiarono di venire alle armi.
Craxi ordinò infatti di non consegnare i passeggeri dell'aereo egiziano e di difenderli da ogni eventuale attacco.
La trattativa tra il comandante Steiner e il capo del controspionaggio italiano, Fulvio Martini, si concluse con il compromesso che l'aereo con i terroristi sarebbe atterrato a Ciampino.
Ma una volta giunti lì, gli americani si aspettavano l'arresto dei palestinesi, che furono fatti scappare in omaggio all'impegno che era stato preso per la riconsegna della nave e il salvataggio dei passeggeri. Tutti i passeggeri, tranne Klinghoffer.
Nella stessa notte Reagan inviò a Craxi una dura lettera in cui, pur ringraziandolo formalmente della collaborazione fornita a Sigonella per l'atterraggio degli aerei Usa, lo impegnava, in attesa di una richiesta di estradizione, a custodire in carcere i terroristi che nel frattempo erano stati fatti scappare.
Ne nacque una grave crisi diplomatica, e una conseguente crisi politica,che portò alla caduta del governo Craxi, per l'irritazione del ministro repubblicano della Difesa Spadolini che era stato tenuto all'oscuro di tutto.
Craxi si presentò alla Camera accolto dal gelo della delegazione del Pri e della parte meno filoaraba della Dc, ma anche dagli applausi dell'emiciclo di sinistra, soddisfatto della lezione data agli Usa.
Fu una delle rare volte che i comunisti applaudirono il leader socialista, solitamente odiato e considerato dal segretario del Pci Berlinguer alla stregua di «un pericolo per la democrazia».
Qualche giorno dopo la crisi si risolse.
Spadolini si rassegnò. Craxi andò a trovare Reagan per fare pace e concordò con lui un accordo grazie al quale fu dato il via alle «extraordinary renditions», gli scambi di prigionieri (e in qualche caso le catture) al di fuori delle normali regole procedurali per motivi di lotta al terrorismo.
Abu Abbas ha finito i suoi giorni in Iraq nel 2003.
E noi, che fine faremo ???

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lunedì 15 giugno 2009

L'onda verde di Teheran

L'onda verde di Teheran ha invaso la città ma questa sera le forze di polizia hanno sparato contro i dimostranti.
Il lunghissimo viale su cui stanno marciando i sostenitori di Mussavi è lo stesso su cui si svolsero tra il 1978 e il 1979 alcune delle più imponenti manifestazioni durante la rivoluzione contro la monarchia di Reza Pahlavi.
Numerosi manifestanti portano sulla schiena una stoffa verde, colore della campagna elettorale del candidato, sulla quale vi è scritto «Dov'è il mio voto?».
Sceso in piazza a Teheran tra decine di migliaia di suoi sostenitori che urlano «Moussavi, riprenditi i tuoi voti», il candidato riformista sconfitto si dice pronto a nuove elezioni.
«Il voto della gente è più importante di Moussavi o di qualsiasi altra persona», ha detto l'ex premieri iraniano, mentre la moglie Zahra Rahnavard, che è stata una figura chiave della sua campagna elettorale, ha fatto sapere che le proteste contro la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, che sarebbe stata viziata da brogli, continueranno. «Resisteremo fino alla fine»
La sanguinosa rivolta in corso in Iran mi ha ricordato piazza Tienanmen in Cina. Come a Pechino, il 4 giugno 1989, i carri armati ripulirono la piazza Tienanmen, ufficializzando agli occhi del mondo la debolezza del governo cinese, così a Teheran la repressione feroce di una ribellione contro l’esito elettorale rende visibili le crepe aperte nel governo di Mahmoud Ahmadinejad
Spero che il coraggio di tutte quelle persone che stanno rischiando la loro vita in quella strada porti finalmente una nuova democrazia in un paese che ha sofferto troppo a lungo i danni di un governo teocratico, fondato sulla pretesa di rappresentare l’intera nazione, senza dubbi e senza dissidenza, in quanto espressione di una autorità superiore, intoccabile: Allah, proprio come agì l' allora Cina comunista di Tienanmen

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domenica 7 giugno 2009

Europee ... e il viaggio di Obama

Ieri il tempo è stato a dir poco inclemente con vento e piogge violente di primo mattino ed acquazzoni improvvisi nel pomeriggio ma alle cinque sono uscita con mia mamma, approfittando di una sperla di sole, per andare a votare. Per le Europee e per la provincia, del VCO. C'era poca gente al seggio ma spero che almeno oggi, domenica, il giorno abituale per votare, ci sia stata una maggiore affluenza
Tutti dicono che la gente non si sente più vicina a questa Europa e quindi non va a votare ma io penso che sia importante continuare ad avere un sogno europeo di comunità collettiva che ci aiuti maggiormente ad affrontare il futuro insieme e a risolvere i problemi che attualmente creano ansia e diffidenza in tanti di noi, la disoccupazione, la povertà, l'immigrazione, la recessione...
Non ho alcuna idea sui risultati delle nostre votazioni italiane e su chi vincerà, ma nel resto d'Europa le sorprese sono state parecchie, dalla Francia dove c'è stato circa il 60% di astensionismo, all'Ungheria ed alla Bulgaria dove hanno trionfato le opposizioni di destra. In Germania i conservatori della Merkel hanno tenuto mentre in Austria hanno vinto i populisti conservatori; al contrario in Grecia è largamente in testa l'opposizione socialista .

Ma ieri era anche il 65° anniversario dello sbarco in Normandia, l'operazione Overlord, il D-Day.
Ho seguito con il digitale sul canale RaiEdu1 le interviste agli anziani superstiti inglesei americani francesi e canadesi che quel giorno sbarcarono sulle spiagge normanne sotto al tiro di fuoco nazista e iniziarono la liberazione della Francia da quattro anni in mano al nemico tedesco
Ho visto con estremo interesse i vecchi servizi televisi su quel giorno così importante per la liberazione dell'Europa dal gioco nazista, ricordando le emozioni che provai personalmente parecchi anni fa quando in un viaggio estivo arrivai, in un caldo giorno di agosto, in qual paesino assolato e semideserto, con le stradine strette che portavano alla spiaggia di Omaha Beach Un mare mosso e tutto uguale al 1944, con i pontoni lasciati lì dagli americani, le casematte dei nazisti, da dove sparavano sugli alleati che superavano le spiagge minate e la sensazione di sentire quella tremenda battaglia tra il bene ed il male, che aveva invaso il nostro vecchio continente come un nero manto di dolore e di morte

Ed ho seguito in settimana il viaggio del presidente americano Obama, prima in Egitto, poi a Buchenwald e quindi a Caen e nel cimitero americano
Un viaggio importante con discorsi importanti e parole coraggiose, in particolare quelle rivolte all'Islam, per una effettiva collaborazione reciproca e la possibilità di ragionare e dialogare insieme, senza più guerre ed odii reciproci Ma anche un ritorno alla storia, al suo importante significato ed a quello che ha rappresentato per tutti noi, che siamo nati dopo quegli avvenimenti così tragici, come Buchenwald o Auschwitz o Treblinka e le centinaia di campi di concentramento disseminati in mezza Europa

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martedì 2 giugno 2009

Un riconoscimento di Pertini del 1984


Alcuni giorni fa stavo cercando delle vecchie foto di mia mamma e in uno dei suoi cassetti, per caso, ho trovato un riconoscimento inviato a mio papà nel lontano 1984, firmato dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini e dal Ministro della Difesa, Giovanni Spadolini . Altri tempi... Mi sono commossa a vedere quelle due firme importanti ed il nome di mio papà con le parole" Internato militare non collaborazionista " Un documento a me sconosciuto ma che attesta quello che lui ha sempre detto e che io tanto spesso ho ripetuto: non ha mai voluto firmare per Salò quando era nei campi di concentramento nazisti e non ha mai collaborato !



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mercoledì 20 maggio 2009

FONDAZIONE CEFALONIA

Ricevo dall'amico Michele questa comunicazione che pubblico volentieri, per essere conosciuta anche da altre persone
Si è costituita presso il notaio in Milano il 13 maggio 2009 la "Fondazione Europea Memoria e Futuro Cefalonia-Corfù settembre 1943" O.N.L.U.S. - Fondazione di partecipazione, al cui Comitato promotore il nostro Istituto ha aderito con delibera del C.d.A. Ne è Presidente l'avv. Costantino Ruscigno, figlio di Nicola, barese, ufficiale della Divisione "Acqui" combattente a Cefalonia, autore del memoriale I ragazzi del '21 tra sangue e vita. Per notizie si acceda al sito della Fondazione www.cefaloniacorfu1943.net, dove è consultabile lo Statuto con le finalità, mentre l'indirizzi di posta elettronica è fondazioneuropea@cefaloniacorfù1943.net.
I soci "possono essere Istituzioni pubbliche a tutti i livelli territoriali, Istituzioni scolastiche ed Universitarie, enti pubblici e/o privati, associazioni, fondazioni, soggetti economici pubblici e privati, soggetti profit e no profit, singoli cittadini" anche non italiani.
L'adesione non comporta l'obbligo di contribuzioni.
Il primo nucleo di adesioni al Comitato promotore vede la Provincia di Cefalonia, l'Associazione Italo-Greca Mediterraneo, il Museo di Stia Contemporanea di Milano, il nostro Istituto, il Centro Studi ALSPES di Milano, la Provincia di Milano, il Comune di Milano, il Comune di Sesto San Giovanni, il Comune di Verbania, il Comune di Ghemme, il Comune di Rezzato, l'Istituto scolastico Benini di Melegnano, il Liceo Carlo Alberto di Novara, l'Associazione Divisione Acqui sezioni di Milano e Novara con tutti i propri associati.
Invitiamo caldamente ad aderire .
Istituto Storico Resistenza "Piero Fornara" - NOVARA
Chi ha studiato il nazismo ed il fascismo avrà sicuramente sentito parlare di Cefalonia e del massacro dei soldati italiani, il primo tragico episodio ed il primo eroico sacrificio di coloro che iniziarono ad opporsi alla dittatura

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lunedì 18 maggio 2009

La Storia si ripete ...

dalla Relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro
...
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali
...
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più
...
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

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lunedì 11 maggio 2009

La differenza - La banda Koch

Per il 25 aprile 2009 si è sentito dire da più parti, e non solo governative ahimé, che i giovani che dopo l'8 settembre 1943 in buona fede si schierarono con i repubblichini meritano lo stesso rispetto dei partigiani.
Sicuramente possono esserci stati alcuni giovani che inizialmente si schierarono in buona fede con la repubblica sociale. E' però difficile credere che dopo due anni di repressioni e di rappresaglie contro i resistenti e contro la popolazione civile, fossero ancora molti quelli " in buona fede ".
Per capire e per far capire la profonda differenza che c'era fra i partigiani ed i repubblichini basterebbe confrontare il contenuto e il tono delle lettere dei repubblichini con quelli delle Lettere dei Condannati a morte della Resistenza. Ma bisognerebbe anche chiedersi come mai ci furono numerosi casi di uomini, a volte di interi reparti, che passarono dalle file fasciste alle file antifasciste, già nella Guerra di Spagna !, e non viceversa.
Certamente uno che capì molto in fretta da che parte stare fu Pietro Koch ( nome tedesco, ma origine romana).
Ecco cosa scriveva alla sorella pochi giorni dopo l'8 settembre:
"... Si sta sfasciando tutto. Dopo l'armistizio il reggimento si è sciolto. I capi sono fuggiti e anche il re e il generale Badoglio e gli altri generali. Tutti cerchiamo abiti civili e buttiamo via quelli militari. Tutti fuggono e vogliono tornare a casa. Io sono stordito, non capisco più niente. C'è chi va in montagna con i partigiani e chi dice che bisogna difendere in ogni caso la Patria. Ma come? Dove sta la Patria? ...".
Alla fine del '43 scrisse di nuovo alla sorella:
"Adesso vedo chiaro che sotto tutto questo imbroglio c'è lo zampino dei comunisti nemici della Patria, della Famiglia, di Dio. Dargli la caccia è il compito del gruppo che abbiamo formato con altri ragazzi in gamba. ... Credimi, dar loro la caccia è diventato un vero piacere, una specie di sport, una caccia grossa perché questi cercano in tutti i modi di resistere. Ma noi abbiamo dei 'metodi' patentati e riusciremo a sterminare questo flagello dell'umanità.
Siamo armati di tutto punto, forniti di materiale ultramoderno. Abbiamo automobili a volontà, una vera gang all'americana, e tutto quello che desideriamo, liquori, burro, prosciutto, cioccolata, sigarette a volontà, e ... donnine che con noi non fanno tanti complimenti. E' una vera pacchia, fare il proprio dovere di italiani contro quei maiali servi di Mosca, e intanto vivere bene e divertirsi".
(Le lettere sono state pubblicate da R. De Felice, Mussolini l'alleato, Einaudi, Torino, 1998).
Pietro Koch e la sua banda furono tra i peggiori torturatori di quel periodo.
La sua sede in via Paolo Uccello a Milano fu ben presto ribattezzata Villa Triste.
Centinaia, forse migliaia di resistenti o di semplici cittadini vi furono torturati e uccisi.
Credendosi superiore a tutti si creò molti nemici anche tra i repubblichini, e alla fine del '44 venne arrestato dalla banda Muti, che si appropriò dell'ingente bottino trovato a Villa Triste.
In seguito fu liberato grazie all'intervento di un amico e protettore, il capitano Theo Saevecke, comandante delle SS di Milano ed altro feroce torturatore.
Più tardi Koch fu condannato a morte e fucilato, mentre Saevecke, anch'egli condannato a morte per l'eccidio dei quindici martiri di piazzale Loreto, fu protetto dagli Americani durante la guerra fredda, e morì tranquillamente nel suo letto nel 2000.
Oggi il giornale riportava la notizia che una famiglia ebrea è stata rifiutata da una albergatrice tirolese mentre, contemporaneamente, un gruppo di neonazisti ha invaso il capo di concentramento e di sterminio di Mauthausen, in Austria
Una volta il grande antifascista Vittorio Foa disse al senatore Giorgio Pisanò, ex repubblichino appartenente al Movimento Sociale :
"Siamo tutti per la patria, però sta attento: se vincevate voi io sarei ancora in prigione. Poiché abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica. Questa è la differenza".
Questa è la differenza . Per non dimenticare ...

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Una mail x il post n. 500

Questo è il post numero 500
Per festeggiarlo vorrei parlarvi di una email che ho ricevuto alcuni giorni fa. Ho naturalmente chiesto il permesso a chi me l'ha inviata di pubblicarla perchè era una mail personale, indirizzata solo a me. Ma era una mail bella e per me tanto commovente che ho pensato che fosse utile ed importante farla conoscere anche a chi mi legge sempre
"... Ho appena letto sul suo sito, in " Il cassetto dei ricordi", il bellissimo lavoro da lei svolto riguardante le vicende del suo caro papà.
Mi sono commosso nel leggerlo e sono sincero, un pò la invidio. La invidio perchè è riuscita, prima che sia troppo tardi, a ricostruire e salvare una parte della vita di sua padre così dolorosa ma così imporante e certamente da non dimenticare.
Quando mio padre,classe 1918, era ancora abbastanza in salute, avrebbe forse avuto la volontà di raccontare la sua storia, ma io, un pò per timore e un pò per immaturità , non gli chiesi mai nulla.
Iniziai veramente a desiderare di conoscere le sue vicende di guerra e di prigionia solo quando ormai era troppo tardi. Ora ho 44 anni, e ancora oggi mi porto dentro questo piccolo "rimorso"di non aver chiesto.
In base ai pochi dati in mio possesso, speravo di trovare in internet qualche collegamento riconducibile a mio padre, al suo campo di prigionia in Germania, ai suoi compagni di prigionia di cui ho qualche vecchia corrispondenza, ma niente...
Quel poco che mio papà mi raccontò spontaneamente molti anni fa, lo posso così riassumere:caporale di artiglieria, inviato a Rodi e a Creta. Attraversato lo stretto di Suez. Dopo l'8 settembre, fatto prigioniero e con un viaggio di 15 giorni sempre in piedi in un vagone merci passando per la Grecia, trasferito in Germania a Egeln Magdemburg, lavori forzati a Sals Werch. Ritornò a casa solo dopo la fine della guerra in cattive condizioni di salute. La madre, che lo credeva ormai morto, non lo riconobbe nemmeno.
Ora mi fermo.
Complimenti per il suo sito e La ringrazio dei riferimenti a testi e articoli in esso contenuti.
Grazie G. C. Aldeno - TN "
In un momento difficile, in cui si vogliono equiparare i repubblichini di Salò alle vittime del fascismo ed ai reduci dei campi di internamento militare nazisti, questa lettera è stata per me di grande valore per la testimonianza di chi mi ha inviato il suo racconto personale, i suoi pensieri e ricordi e la storia di suo padre, che come il mio subì la prigionia e l'orrore di quei due lunghi anni terribili
un Grazie molto sentito a G.C. per avermi mandato i suoi frammenti di memoria con la speranza che nella sua ricerca riesca a trovare ed a sapere qualcosa di più dell'esperienza di suo padre erica

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sabato 25 aprile 2009

Resistenza e Costituzione

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è tornato a ribadire con parole forti il valore delle Festa della liberazione legata a quello della Costituzione.
Di fronte ai rappresentanti delle Associazioni combattentistiche e d’arma, e delle associazioni partigiane, ha ricordato che «i messaggio, l’eredità spirituale e morale della Resistenza, della lotta per la liberazione d’Italia, vive nella Costituzione, carta fondante della Repubblica, pietra angolare del nostro agire comune e della nostra rinnovata identità nazionale»
«Nella Costituzione possono ben riconoscersi anche quanti vissero diversamente gli anni '43-'45, quanti ne hanno una diversa memoria ed esperienza personale o per giudizi acquisiti» ; «il nostro ricordo, il nostro omaggio a tanto sacrificio, si unisce all’impegno a non ripetere gli errori del passato».
C’è bisogno però anche di una «realistica presa d’atto delle conseguenze che l’arbitrio e l’oppressione conosciute con la dittatura fascista e l’occupazione nazista producono sempre ineluttabilmente».
Nei giorni scorsi il Presidente Napolitano aveva aperto i lavori della Biennale Democrazia con un’appassionata ed appassionante lezione tenutasi dal palco del teatro Regio a Torino.
Rivolgendosi ai tanti “ragazzi e ragazze” presenti, il Presidente era ritornato con la memoria al 1943, epoca in cui aveva la stessa età che hanno ora parecchi fra quei giovani ascoltatori presenti e al momento in cui, tramite la radio, lo raggiunse la notizia della caduta di Mussolini.
L’aneddoto è stato il punto di partenza di una testimonianza intensa dell’immediato senso di liberazione, ma anche della drammatica situazione in cui versava la popolazione italiana, e di come si unì nella resistenza e nella mobilitazione per la libertà: «Così rinacque la democrazia in Italia».
«La Costituzione Repubblicana non è una specie di residuato bellico», ha poi affermato con forza Napolitano, soffermandosi con precisione su un’attenta spiegazione dell’importanza e del significato della nostra Carta, «legge fondamentale» nata in anni di grande fervore intellettuale e non soltanto “carta dei valori”, che mai dovrebbe essere sottovalutata nella sua importanza.
«Rispettare la Costituzione è espressione altamente impegnativa (…). Ogni espressione della sovranità popolare, ogni potere delle istituzioni rappresentative riconosce la supremazia della Costituzione, rispetta i limiti che essa gli pone», ha ricordato il Presidente, che ha anche evidenziato l’attualità di una carta «che nacque guardando avanti e lontano»
Una Costituzione che è di tutti, non soltanto della generazione che l’ha vista nascere, non soltanto di una parte politica, che «seppe, partendo da esperienze democratiche di cui scongiurare ogni possibile riprodursi, dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia democratica (…). Prospettive affidate ad uno sforzo sapiente (…) per tenere aperte le porte del nuovo edificio alle imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro. I valori dell’antifascismo e la resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre impulsi positivi e propositivi e poterono tradursi in principi e inviti condivisibili anche da parte di chi fosse rimasto estraneo ad antifascismo e resistenza. Perciò il 25 aprile non è festa di una parte sola».
Napolitano si è rivolto espressamente ai giovani, per concludere la sua lezione:
«Sappiamo quali orizzonti nuovi la Costituzione abbia aperto per il nostro paese, orizzonti di libertà e di uguaglianza, di modernizzazione e di solidarietà, ma la condizione per coltivare queste potenzialità (…) è in un impegno che attraversi la società (…), uomini e donne di ogni generazione (…). Parlo di un rilancio indispensabile del senso civico, della dedizione all’interesse generale, della partecipazione diffusa a forme di vita sociale e di attività politica. Parlo di uno scatto culturale e morale».
Il Presidente della Repubblica si è dunque rivolto al ruolo fondamentale dei giovani che prenderanno in mano il futuro del nostro Paese.
Una generazione che ha ancora la fortuna di poter ascoltare le parole, sagge e attuali, di un Presidente che, come i nostri padri, più o meno suoi coetanei, ha visto nascere la Repubblica dopo gli anni bui e terribili della dittatura che l’aveva drammaticamente preceduta.
Una fortuna da non sottovalutare ma anche una responsabilità.
La responsabilità di portare avanti un messaggio di libertà e di democrazia nate quel lontano 25 aprile di 64 anni fa senza lasciarsi fuorviare, senza lasciarsi ingannare, mai, dai falsi narratori di una storia che non è mai stata vera e sincera !!!

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Buon 25 aprile

Stamattina ho accompagnato mia mamma alla messa ed alla cerimonia, organizzata dall'Anpi di Omegna, al Cimitero di Crusinallo, per ricordare la liberazione dell'Italia dai nazifascisti
Il discorso è stato tenuto da Michele Beltrami, il figlio del Capitano, ucciso a Megolo nel 1944
L'amico Michele ha parlato di quegli anni terribili ed ha ricordato che fu la popolazione di Omegna tutta intera a partecipare con i partigiani alla ribellione contro la dittatura fascista e l'occupazione nazista
Molto emozionante e commovente è stata la sua lettura dell' Epigrafe scritta da Piero Calamandrei, nel 1953, sulla rivista " Il Ponte " :
Non rammaricatevi
dai vostri cimiteri di montagna
se giù al piano
nell'aula ove fu giurata la Costituzione
murata col vostro sangue
sono tornati
da remote caligini
i fantasmi della vergogna
troppo presto
li avevamo dimenticati
è bene che siano esposti
in vista su questo palco
perché tutto il popolo
riconosca i loro volti
e si ricordi
che tutto questo fu vero
chiederanno la parola
avremo tanto da imparare
manganelli pugnali patiboli
vent'anni di rapine
due anni di carneficine
i briganti sugli scanni
i giusti alla tortura
Trieste venduta al tedesco
l'Italia ridotta un rogo
questo si chiama governare
per far grande la patria
apprenderemo da fonte diretta
la storia vista dalla parte dei carnefici
parleranno i diplomatici dell'Asse
i fieri ministri di Salò
apriranno i loro archivi segreti
di ogni impiccato
sapremo la sepoltura
di ogni incendio
si ritroverà il protocollo
Civitella Sant'Anna Boves Marzabotto
tutte in regola

Sapremo finalmente
quanto costò l'assassinio
di Carlo e Nello Rosselli
ma forse a questo punto
preferiranno rinunciare
alla parola peccato
questi grandi uomini di stato
avrebbero tanto da raccontare

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lunedì 6 aprile 2009

6 aprile 1994, Kigali

La sera del 6 aprile 1994, l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana, di ritorno da Arusha, in Tanzania, dove si erano tenuti negoziati di pace con i ribelli del Fronte patriottico ruandese (a maggioranza tutsi, oggi al potere), venne abbattuto sopra Kigali.
I responsabili dell’attacco non sono stati mai identificati.
Il giorno dopo, il primo ministro hutu moderato, Agathe Uwilingiyimana, dieci caschi blu belgi della Missione di osservazione delle Nazioni Unite (Minuar) e diversi ministri dell’opposizione vennero uccisi.
Cominciarono i massacri su vasta scala.
I tutsi vennero accusati dal governo hutu, allora al potere, di complicità con i ribelli arrivati dall’Uganda, entrati nel nord del Paese a partire dal 1990, e furono preparati elenchi delle persone da uccidere.
Il braccio armato del governo, le milizie hutu Interahamwe e le Forze armate ruandesi massacrarono gli «Inyenzi» (blatte nella lingua kinyarwanda, come venivano definiti i tutsi), gli hutu che si opponevano al partito di Habyarimana e coloro che rifiutavano di partecipare ai massacri.
Nelle strade di Kigali vennero eretti posti di blocco, mentre miliziani e soldati perquisivano le case.
I miliziani Interahamwe, nati come il «movimento dei giovani» del partito di Habyarimana, divennero una vera macchina di morte, con i massacri che si estesero a tutto il paese.
Uomini, donne, bambini vennero sterminati a colpi di machete e fatti a pezzi da granate e mortai nelle strade, nelle case, ma anche nelle chiese e nelle scuole dove cercavano rifugio.
Anche la popolazione, mobilitata dalle autorità e dai mass media, prese parte ai massacri, ai saccheggi e alle sistematiche violazioni.
Il 28 aprile 1994, Medici senza frontiere della sezione belga denunciò che era in atto un vero genocidio
«È l’orrore totale. Siamo nel cuore delle tenebre», disse il portavoce della Croce rossa.
Ma la missione delle Nazioni Unite si rivelò incapace di fermare il bagno di sangue, mentre la comunità internazionale si dimostrò paralizzata sul da farsi.
Inoltre, i caschi blu vennero ridotti da 4.000 a 270 uomini.
Il 4 luglio, il Fronte patriottico ruandese conquistò il controllo di Kigali.
La vittoria dei ribelli diede inizio a sua volta a un esodo di centinaia di migliaia di hutu verso il vicino Congo, mentre la Francia lanciò l’operazione militare-umanitaria Turquoise.
L’8 novembre, le Nazioni Unite crearono un Tribunale penale internazionale per il Ruanda ad Arusha, in Tanzania.
Le prime condanne all’ergastolo arrivarono quattro anni più tardi, ma a 15 anni di distanza sono ancora centinaia i colpevoli di genocidio sfuggiti alla giustizia e riparati all'estero

Sono centinaia i presunti responsabili ancora latitanti.
Molti di loro hanno trovato rifugio in Belgio, Canada, Francia, Kenya e nella Repubblica democratica del Congo (RDC).
Furono almeno 800.000 i tutsi e gli hutu moderati uccisi in meno di 100 giorni, tra aprile e luglio del 1994.
Formalmente ricercati dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda, o sospettati dai parenti delle vittime, i ricercati vivono sotto falsa identità o alla luce del giorno, a volte godendo dello status di rifugiato politico.
In fuga davanti all’avanzata delle truppe guidate da Paul Kagame, numerosi miliziani hutu, noti come ’Interahamwe', hanno trovato rifugio nel vicino Congo, subito dopo la fine dei massacri, dove non hanno mai veramente deposto le armi, nonostante le operazioni militari lanciate contro di loro da Kinshasa, di cui l’ultima lo scorso gennaio.
Altri sospetti colpevoli di genocidi hanno preferito lasciare la regione dei Grandi Laghi: per rimanere in Africa, come il presunto tesoriere del genocidio, Felicien Kabuga, che avrebbe trovato rifugio in Kenya, secondo il Tribunale penale internazionale per il Ruanda; o per andare in esilio in Europa o in America settentrionale, in particolare in Belgio e Canada, dove «vivono centinaia di presunti assassini», secondo la Corte ruandese.
Gli autori dei genocidi sono «ovunque» in metropolitana, nelle strade e nei caffè di Bruxelles. In Francia, le famiglie di vittime hanno presentato nel marzo 2008 una denuncia contro Agathe Habyarimana, vedova del presidente ruandese Juvénal Habyarimana, ucciso nell’attentato messo a segno la sera del 6 aprile 1994 contro l’aereo con cui stava rientrando nel Paese e che innescò i massacri.
Secondo il Collettivo delle parti civili per il Ruanda, la signora Habyarimana avrebbe partecipato alla «pianificazione, all’organizzazione e alla direzione del genocidio».
Parigi le ha rifiutato lo status di rifugiato politico, ma la vedova continua ad abitare nell’area parigina senza essere indagata.
Un’altra decina di ruandesi che vivono in Francia sono sotto inchiesta per presunta complicità nel genocidio.
Tuttavia, il governo di Parigi si è opposto all’estradizione a Kigali di tre ruandesi, giudicando insufficienti le garanzie offerte dalla giustizia di Kigali che li ha condannati per il rispetto delle norme internazionali.
Anche la Corte suprema del Canada ha dato parere negativo all’estradizione in Ruanda di Leon Mugesera, ritenuto uno degli «strateghi» del genocidio.
Importante paese di immigrazione, il Canada ospiterebbe 800 sospetti autoeri di genocidi. Ottawa ha ricevuto nel 2007 da Kigali e dall’Interpol una richiesta di estradizione per cinque uomini, ma è rimasta sulla carta.
«Non è una priorità dare la caccia ai genocidari ruandesi», ha commentato René Provost, direttore del Centro per i diritti della persona e per la pluralità giuridica dell’Università McGill.
Tuttavia, è incoraggiante che nel 2007 sia stato portato a giudizio Desire Munyaneza, un hutu accusato di aver guidato una milizia.
Si tratta del primo processo di questo tipo che si è tenuto in Canada, che sarà «un test» perché «a parte l’Europa», pochi Stati fanno lo stesso, sebbene siano oltre un centinaio i Paesi che hanno aderito alla Corte penale internazionale dell’Aia(Cpi), il tribunale permanente chiamato a giudicare i crimini di genocidio.
E, nonostante la lentezza della giustizia, potrebbe segnare «l’inizio di una cultura della giustizia penale internazionale», perchè questo processo incoraggerà «gli Stati a riconoscere come uno dei loro obblighi il dovere di arrestare e giudicare individui che hanno commesso atti di genocidio».

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domenica 29 marzo 2009

Le Ardeatine - x non dimenticare

Alla cerimonia alle Fosse Ardeatine, per ricordare i Martiri Ardeatini, le 335 vittime, di cui 12 rimaste ignote, uccise dai nazisti, il presidente della Repubblica Napolitano ha detto :
«Bisogna riflettere sulla Storia e sulle sue lezioni, che sono sempre attuali e non possono dimenticarsi Il valore della memoria consiste nell’imparare quello che dicono le generazioni che ci hanno preceduto, nell’imparare ciò che ha insegnato la Storia. È stare attenti a non ripetere gli errori del passato».
Napolitano esorta anche a «ricordare quello che è stato uno dei capitoli più spietati della persecuzione antiebraica e, allo stesso tempo, quello che rimane un capitolo significativo della dura Resistenza contro l’occupazione nazista, a Roma e in Italia».
Il presidente ricorda che «si seppe molto tempo dopo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, quando Roma venne liberata. Io, in quei giorni, ero a Napoli e ricordo bene i cento bombardamenti sulla mia città».
Parole importanti, le parole del Presidente della repubblica, piene di saggezza, per non dimenticare!
Ma vi sono ancora parti di quel passato che non sono state risolte e che si cerca di far passare nel dimenticatoio, soprattutto il riconoscimento degli Imi
In un articolo molto interessante ed importante del sito dell' A.N.R.P. si affronta il problema della commissione di consolazione per gli Schiavi di Hitler.
Sotto gli auspici dei Ministeri degli Affari esteri di Germania e Italia, sabato 28 marzo 2009, presso la Villa Vigoni a Loveno di Menaggio, si è tenuta la conferenza di presentazione della Commissione mista di storici italo-tedesca che i due governi hanno istituito in occasione del Vertice bilaterale tenutosi a Trieste nel novembre 2008, per approfondire sul passato di guerra italo-tedesco e in particolare sugli Internati Militari Italiani, come contributo alla costruzione di una comune cultura della memoria..
"Il principio della “immunità degli stati” viene messo in discussione dalla Cassazione, almeno in presenza di crimini contro l'umanità, che per la nostra massima Corte “segnano il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità”.
Per il ministro degli Esteri, Franco Frattini, la sentenza della Cassazione mette a rischio “la sicurezza del diritto”, ma non il diritto delle vittime, bensì quello degli stati a non essere molestati a proposito dei loro crimini di guerra.
Il pensiero dominante è per i governanti “tanto prima o poi muoiono tutti” e i contenziosi… saranno risolti brillantemente.
La Germania
, nel ricorrere alla Corte di Giustizia dell'Aia, avverso la sentenza della nostra Cassazione, conta sulla disponibilità dell’Italia. Al ministero degli esteri tedesco sono convinti che, “in linea di principio, il governo italiano la pensa come noi”. I portavoce tedeschi ripetono che i risarcimenti violerebbero ben tre trattati internazionali, con cui l'Italia avrebbe già rinunciato a ulteriori pretese. Questa tesi, che di rimbalzo circola in Italia, è falsa. I trattati si possono ben interpretare in senso opposto.
Se il governo tedesco nega i risarcimenti, è però generosissimo con espressioni di rincrescimento che nulla costano. E siccome il capitolo più vistoso e scandaloso del contendere riguarda l'indennizzo negato pretestuosamente dalla Germania agli internati militari italiani, Steinmeier ha "speso" molte parole contrite sulle loro sofferenze... "
Un passato vergognoso e crudele che gli Imi non hanno mai potuto dimenticare
Loro non ci sono più ormai ma chi per tanti anni è vissuto con loro, con i loro incubi, con le loro sofferenze e con le loro cicatrici, testimonianze di quegli anni di barbarie, non può dimenticare e vedere il passato cancellato così, con così tanta facilità
Le parole non bastano. Ci vuole ben altro per cancellare i campi di concentramento e gli orrori del nazismo ...

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giovedì 19 marzo 2009

Soldati a Gaza - testimonianze

La guerra è sempre crudele
La guerra porta abiezione, violenze ed il peggio che ogni uomo con una divisa ha in sè
Dopo gli orrori del XX° secolo, tanti, troppi, in troppe guerre insensate, ora si devono già denunciare gli orrori del XXI°, dall'Iraq a Guantanamo a Gaza...
Il quotidiano israeliano "Haaretz" ha raccolto le testimonianze dei militari che hanno partecipato al conflitto che ha sconvolto la striscia di Gaza
" Una madre palestinese con i suoi due bambini è stata uccisa da un cecchino israeliano per aver capito male l’ordine di un soldato.
Il tragico fatto è stato raccontato in una delle testimonianze di soldati che hanno partecipato ai 22 giorni dell’operazione militare «Piombo fuso» nella Striscia di Gaza, raccolte dal quotidiano israeliano Haaretz. Secondo il giornale, diversi soldati israeliani hanno ucciso civili nell’ambito di «permissive» regole d’ingaggio, distruggendo intenzionalmente i loro beni.
Le testimonianze di diversi soldati di fanteria e piloti da combattimento sono state raccolte durante una discussione fra i partecipanti al corso d’addestramento Yitzhak Rabin dell’accademia di Oranim.
Il capo di una squadra di fanteria ha raccontato che il suo plotone aveva occupato una casa abitata da una famiglia, i cui componenti sono stati chiusi in una stanza.
Successivamente è subentrato un altro plotone, che aveva piazzato un cecchino sul tetto, e dopo qualche giorno è stato deciso di rilasciare i civili.
«Il comandante del plotone -ha raccontato il soldato- ha lasciato andare la famiglia dicendo loro di dirigersi verso destra. Una madre con i suoi due bambini non ha capito ed è andata a sinistra. Il cecchino non era stato avvertito.... ha visto la donna e i bambini che si avvicinavano, verso una linea che nessuno doveva oltrepassare. Ha sparato e alla fine li ha uccisi».

Il testimone ha detto di ritenere che il cecchino non si sia sentito in colpa perchè «per quanto lo riguardava, aveva fatto il suo lavoro secondo gli ordini ricevuti».
«L’atmosfera in generale, da quanto ho capito dai miei uomini con cui ho parlato- ha proseguito- non so come descriverla... le vite dei palestinesi, erano qualcosa di molto, molto meno importante delle vite dei nostri soldati».
Fra gli altri fatti riportati c’è anche l’ordine di un capo compagnia di sparare contro un’anziana donna che si stava avvicinando ad una casa occupata e ucciderla.
Il responsabile del corso Rabin, Danny Zamir, dopo aver udito i racconti dei soldati, ha avvertito i vertici militari dei suoi timori di un «grave fallimento morale» da parte dell’esercito.
In seguito ha avuto un colloquio con il generale Eli Shermeister, responsabile dello sviluppo dei valori morali e nazionali delle truppe, il quale ha deciso d’indagare a fondo sulla vicenda. Un portavoce militare ha dichiarato che vi sarà «una verifica della veridicità dei fatti e un’inchiesta».

Ho letto per anni i libri di testimonianze dai campi di concentramento e di sterminio nazisti e tante, tantissime volte i capi nazisti ed i loro subalterni hanno giustificato la barbarie , le violenze, gli orrori di quel periodo orribile del nostro passato e l'uccisione di milioni di vittime innocenti con la solita frase, che tanto mi inquieta, : " Ho ubbidito agli ordini "
Ora anche i soldati israeliani hanno ucciso perchè " hanno ubbidito agli ordini" e non hanno nessun rimorso, nessuna inquietudine per i loro atti
Anche loro, nipoti di quelle vittime innocenti passati a milioni nei camini dei campi nazisti, si sono macchiati del sangue di vittime innocenti e non hanno provato pietà alcuna
Come si può uccidere così, a sangue freddo, e solo perchè si sono ricevuti degli ordini ???

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mercoledì 18 febbraio 2009

Il lupo non perde il vizio!!!

Il lupo perde il pelo ma non il vizio
Un'altra gaffe, l'ultima ma non certo l'ultima, ha provocato un'impasse addirittura con il governo argentino, che ha convocato l’ambasciatore italiano a Buenos Aires, a cui ha espresso «preoccupazione e disagio» per le affermazioni sui «desaparecidos» attribuite dal Clarin a Silvio Berlusconi.
Lo hanno riferito fonti del ministero degli Esteri argentino.
"Il corrispondente del giornale argentino, Julio Alganarez, ha ripreso dall’Unità una frase pronunciata nel comizio di chiusura della campagna elettorale in Sardegna, con cui il presidente del Consiglio avrebbe ironizzato sul dramma dei dissidenti lanciati in mare dagli aerei.
«Erano belle giornate, li facevano scendere dagli aerei..».
L’ambasciatore italiano si è impegnato con Alberto D’Alotto, capo di gabinetto del ministro degli Esteri, a «verificare le frasi attribuite a Berlusconi e a informare a breve il governo argentino».
In precedenza fonti del governo italiano avevano negato che il premier volesse minimizzare i cosiddetti «voli della morte», di cui al contrario intendeva denunciare l’efferatezza.
La frase riportata dal Clarin ha suscitato anche la protesta di Estela de Carloto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, l’organizzazione a favore delle 30mila vittime dell’ultima dittatura militare argentina, quella dal 1976 al 1983.
«Siamo offese, soprattutto perchè gli argentini hanno sempre avuto una grande solidarietà dall’Italia, sia dai governi precedenti che dalla magistratura», ha dichiarato.
Una delle responsabili delle Madri di Plaza de Mayo, Taty Almeida, ha espresso sdegno per quelle che ha definito «dichiarazioni terroristiche»: «Offende e insulta la memoria dei nostri figli», ha affermato.
La polemica è scoppiata mentre la magistratura italiana sta valutando se chiedere l’estradizione dell’ex ammiraglio Emilio Massera, figura di spicco della dittatura militare.
Nel colloquio avuto stamani al ministero degli esteri argentino, l’ambasciatore italiano Stefano Ronca ha sottolineato tuttavia che c’è l’assoluta certezza che da parte del premier Silvio Berlusconi non vi è stato «alcun intento offensivo», ma semmai «una netta presa di distanza dalla dittatura argentina». " da La Stampa
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